La crisi libica giova alla Francia. L’Italia non resti alla finestra. Parla Sapelli: “L’Onu ha sbagliato a puntare su Sarraj. Macron lavora contro Roma guadagnando dal conflitto”

di Caris Vanghetti
L'intervista

“I francesi traggono benefici dall’instabilità che hanno creato in Libia” secondo l’economista Giulio Sapelli è questa la chiave di lettura per comprendere quello che sta accadendo nel paese che fu di Gheddafi.

Il generale Khalifa Haftar ha iniziato la marcia su Tripoli, cosa cambia nello scenario libico adesso?
“E’ una cosa attesa, ha già occupato diversi porti petroliferi e lo fà forte di un alleanza ampia, d’altronde è un uomo ben sponsorizzato. E’ cittadino americano, ha vissuto vent’anni in Virginia, a pochi chilometri da Langley dove c’è il quartier generale della Cia. Ha un rapporto molto forte con il ministro degli Esteri francese Yves Le Drian, che ha appena incontrato, credo”.

L’Italia cosa può fare?
“La conferenza di Palermo non si è risolta con un gran risultato. Non parliamo della figura che ha fatto l’Onu, dimostrando la mia tesi che le organizzazioni internazionali funzionano se gli Stati nazionali che le sostengono, cooperano. In questo caso c’è una sostanziale conflittualità e quindi Antonio Guterres (Segretario Generale dell’Onu ndr) appoggiava un uomo, questo Al Serraj che non è sorretto neppure dai sauditi, che hanno appena ricevuto Haftar. Lì la situazione si sta capovolgendo e lo smacco principale è per le Nazioni Unite che hanno sempre puntato sul cavallo sbagliato”.

Vede delle responsabilità francesi dietro a quanto sta accadendo in Libia?
“Ogni Stato fa la sua politica e cerca di ampliare la sua sfera di influenza, gli obiettivi lì sono il petrolio e il gas. I Francesi fanno da sempre questo tipo di politica. Sono stati loro a bombardare Gheddafi, insieme agli inglesi, e con la disattenzione americana, hanno fatto cadere un elemento di forte stabilizzazione della situazione non solo libica, ma anche centroafricana, che era il potere Gheddafi. Questo significa che loro (i francesi ndr) traggono vantaggio dalla instabilità che hanno creato. Pensano (i francesi ndr) di continuare a approfittare di questa situazione nell’Africa subsahariana perché il Fezzan è la cerniera tra il Mediterraneo e il centro Africa, e lì la Francia ha ingenti interessi. In quella zona ci sono 15 Stati che sono organicamente ed economicamente legati alla Francia. E ovviamente tutto ciò lo fanno contro l’Italia, danneggiando i nostri interessi lì”.

Cosa potrebbe fare l’Italia per tutelare i propri interessi in Libia?
“Credo che il ministro degli Esteri (Enzo Moavero, ndr) dopo il fallimento del convegno di Palermo avrebbe dovuto essere molto più attivo. Sarebbe dovuto andare in Libia e avrebbe dovuto fare una politica estera anche più visibile perché in questi casi, c’è una diplomazia segreta che è la base di tutto, però quando ci si trova davanti a una manifestazione militare così aggressiva come quella di Haftar che va in spregio all’Onu, forse una politica un po’ più attiva del nostro ministro degli Esteri ci avrebbe giovato”.

E’ troppo tardi per correre ai ripari?
“Direi di sì, ma non tutto è perduto. Noi lì abbiamo l’Eni che opera con Total, e non è detto che un cambio di strategia e di potenza militare, oltre che di influenza diplomatica, voglia dire una perdita di posizioni delle nostre aziende. Certo che un po’ più di presenza diplomatica e maggior attivismo militare posso aiutare. A questo bisogna aggiungere una riduzione dei contrasti con la Francia”.

La situazione libica attuale rischia di aumentare il flusso di migranti verso l’Europa?
“No, assolutamente no. La Libia è in questa situazione da anni”.