La guerra dei mondi tra Stati Uniti e Germania. Auto e banche tedesche nel mirino: così Trump contrattacca

di Stefano Sansonetti
Primo piano

di Stefano Sansonetti

Case automobilistiche e banche usate come strumenti di una guerra che non accenna a diminuire di intensità. Dopo tutto è proprio in questo contesto che sembrano potersi collocare Volkswagen e Deutsche Bank, non solo due colossi, ma veri e propri brand della Germania nel mondo. In questi giorni si parla del secondo Dieselgate che ha colpito la medesima Volkswagen in compagnia di Bmw e Daimler. Ma forse è il caso di non lasciarsi sfuggire un dettaglio: la notizia dei presunti test sui gas di scarico con scimmie come cavie, fino ad arrivare a un campione di persone, è stata svelata dall’americano New York Times. Il quale, nel lanciare lo scoop, lo ha ricollegato a una non meglio precisata causa intentata negli Usa contro il colosso automobilistico di Wolfsburg. Insomma, gli Stati Uniti come filo conduttore.

I fatti – Gli stessi Stati Uniti che nel settembre 2015 avevano scatenato il primo Dieselgate. Chi è che infatti all’epoca inflisse una maximulta da 14,7 miliardi di dollari alla Volkswagen? L’Epa, Environmental Protection Agency, ossia l’Agenzia di protezione ambientale che fa capo al Governo a stelle e strisce. E questo fa capire anche come l’ostilità nei confronti dei tedeschi non sia certo cambiata nel passaggio da Barack Obama e Donald Trump. Ma non finisce certo qui. Nell’aprile del 2015 era stata la tedesca Deutsche Bank a dover pagare 2,5 miliardi di dollari al New York Department of Financial Services e al Dipartimento di giustizia per la manipolazione dei tassi Libor ed Euribor, quelli usati per fissare il costo dei prestiti tra banche. Nel settembre dello stesso anno, come detto, è arrivata la sanzione dell’americana Epa a carico di Volkswagen. Nel novembre successivo le autorità statunitensi sono tornate a infliggere a Deutsche Bank una multa da 258 milioni di dollari per aver aggirato la sanzioni Usa contro Paesi a rischio come Iran, Sudan e Libia. A fine 2016 sul colosso bancario tedesco è piovuto l’ennesimo salasso imposto dagli Stati Uniti: una multa da 7,7 miliardi di dollari per la spinosa questione dei titoli tossici legati ai mutui subprime, gli ormai famosi mutui spazzatura all’origine della crisi del 2008. Adesso, sempre dagli Usa, sta prendendo corpo l’altro Dieselgate a carico di Volkswagen & Co. La sequenza è tale, per chi prova a mettere in fila i singoli fatti, da produrre quasi automaticamente una riflessione.

Il quadro – Gli Stati Uniti, utilizzando i colossi tedeschi, da anni stanno combattendo una guerra molto aspra contro la Germania (e tramite essa all’Ue). E non è così scontato spiegarne il motivo. C’è chi dice che l’anno chiave è il 2015. Qui è maturato ed è andato a sentenza il caso “safe harbour”, ovvero “porto sicuro”. In pratica la Corte di giustizia Ue, dove l’influenza tedesca è proverbiale, ha preso di mira le americane Facebook e Google per violazione della privacy, stabilendo che non possono più stivare liberamente i dati dei cittadini europei nei server americani. Una botta pazzesca per gli Usa. Ma forse dietro c’è anche il Datagate del 2013, quando è emerso che il telefono di Angela Merkel era spiato dall’americana Nsa. Di sicuro lo scontro non si ferma.

FILOSOFIE A CONFRONTO

Un tempo le guerre si combattevano tutte, nessuna esclusa, con eserciti e armi vere e proprie. Adesso, nell’era dell’economia globalizzata e non perfettamente controllabile, gli strumenti sono diventati molto più sottili da un punto di vista strategico. I rapporti a dir poco critici che stanno vivendo Stati Uniti e Germania, a quanto pare, ne sono un plastico esempio. In effetti quella che abbiamo davanti sembra essere una guerra tra due mondi dagli esiti imprevedibili. In questi giorni si discute molto del cosiddetto secondo Dieselgate, con le tedesche Volkswagen, Bmw e Daimler accusate negli Stati Uniti di aver testato gli effetti dei gas di scarico delle auto su cavie umane. Ma soltanto pochi giorni prima, a Davos, era andata in scena un’aspra polemica tra Donald Trump e Angela Merkel sui dazi riproposti dal presidente americano. Così “vengono dimenticate le lezioni della storia”, ha tuonato la cancelliera senza troppi giri di parole. Il fatto è che il tycoon, due anni fa, ha conquistato la Casa Bianca al motto di “America first”, ossia “prima di tutto l’America”, intendendo prima di tutto le imprese a stelle e strisce. Difficile, se soltanto si limita l’analisi a queste premesse, decifrare i possibili esiti di queste battaglia.

Il perimetro – Del resto gli asset in gioco sono tanti. E qui può essere utile risalire al lontano 2004, quando l’allora Commissario Ue Mario Monti inflisse una durissima multa da 497 milioni di euro a Microsoft, il colosso di Bill Gates accusato di abuso di posizione dominante. Era la prima volta che un big dell’hi-tech americano veniva bastonato da una Commissione da sempre a forte trazione tedesca. Da lì in poi quello tecnologico e di internet è diventato un autentico campo di battaglia. “Colpa” anche dello strapotere acquisito nel corso del tempo dalle varie Facebook e Google, depositarie di una mole di dati dei cittadini Ue (e di tutto il mondo) che rappresenta la vera gallina dalle uova d’oro. Tutto questo, però, con enormi problemi di privacy e rischi di intrusione. Nel 2013, poi, il Datagate ha svelato che l’americana Nsa ha spiato al telefono la stessa Merkel. Ma è solo un esempio che aiuta a capire la dimensione della durissima guerra economica in atto tra questi mondi.

Tw: @SSansonetti

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