La guerra di carta dei sindaci scrittori. SottoMarino spara l’ultimo siluro sul Pd. E anche Alemanno racconta la sua verità Capitale

di Carola Olmi e Claudio Sala
Politica

Alle pagine della sua storia millenaria Roma può aggiungere una nuova guerra, per fortuna pure questa di carta. Due volumi, uno a stretto giro dall’altro, sfornati dagli ultimi due sindaci. Ieri è partito Ignazio Marino, con un distillato di veleni sul Pd, su Matteo Renzi, sui poteri forti di una città dove nessuno ha pianto per le dimissioni del sindaco marziano. Un libro dove non si ammette nessun errore e non si capisce come sia stato eletto se fosse vero che la Capitale è così piena di “fascisti tornate nelle fogne”. Prima del suo arrivo messianico, in Campidoglio c’era solo marciume, lobby, Carminati e Buzzi di mafia Capitale, guarda caso quest’ultimo suo grande elettore.

PAGINE DI STORIA
Pdl: Alemanno, oggi mio ultimo giorno nel partitoUna lettura troppo di parte e scaricabarile, alla quale ha subito risposto il precedente capo della Giunta capitolina, Gianni Alemanno. A sua volta sotto scacco per l’inchiesta di mafia Capitale, il sindaco che aveva interrotto la lunghissima stagione dei Rutelli uno, Rutelli due, Veltroni uno e Veltroni due, affronta tutti gli addebiti mossi dalla Procura e poi passa alle motivazioni politiche delle scelte su cui si mosse la sua amministrazione. Scelte condivise con gli alleati politici dell’epoca, tra cui molti degli ex sodali politici oggi aderenti a Fratelli d’Italia che fanno finta di non ricordare e chiedono discontinutà con quel passato. Nel libro di Alemanno, (Verità Capitale, Caste e Segreti di Roma, Koinè Nuove edizioni editore), con la prefazione del direttore de La Notizia, Gaetano Pedullà, a differenza di quanto si legge nel volume di Marino, c’è una severa autocritica su alcuni oggettivi errori politici, a partire dalla scelta di una serie di collaboratori poi rivelatisi più interessati ai loro interessi personali che a quelli della città.

I VERI SCOPI
Alemanno, ed è qui un’altra differenza sostanziale con l’attacco a testa bassa di Marino, in cerca di un’ultima chance mediatica per ricandidarsi al Campidoglio (o dove capita), non ha nessun obiettivo politico, nell’immediato perlomeno, se non quello di ristabilire la verità di fatti messi in discussione dalle accuse dei magistrati (mentre il processo che lo riguarda non è ancora arrivato ad alcuna sentenza), e dalle opposizioni politiche interne ed esterne a un Centrodestra in fase di decomposizione, a Roma più che altrove. La verità, ammette Alemanno, è che con la sua parte politica ci si lanciò “verso obiettivi difficili e impervi con una macchina con le ruote sgonfie e il volante rotto. Non potevamo – scrive – non romperci l’osso del collo, anzi fin troppo è stato realizzato in queste condizioni”. Mancò in sostanza la squadra di governo, dice Alemanno, che come scrittore è più sincero di un Marino marziano tanto come sindaco che come scrittore.

Ignazio che strazio. Accuse a Renzi e al Pd

Marino IgnazioIl bello della politica italiana è che i risultati non contano. Conta la “narrazione”, come direbbe Matteo Renzi. Uno può anche fare un disastro, amministrare una città senza portare a casa un solo risultato concreto, e poi però dopo qualche mese torna con il suo bravo libricino e regola un po’ di conti, candidandosi a occupare un qualche spazio politico. Ignazio Marino non è più un marziano. Con la sua scusa delle sue memorie da sindaco di Roma, presentate ieri, ha attaccato a testa bassa il Pd e Matteo Renzi, ha evitato abilmente le domande dei cronisti su una sua eventuale candidatura di disturbo alle prossime elezioni, ma ha fatto capire chiaramente che intende fare politica attiva. E il pensiero corre subito a un altro personaggio che non ha peli sulla lingua come Massimo D’Alema, con il quale il chirurgo siciliano ha ottimo feeling.

COMPAGNI?
Il libello dell’ex primo cittadino di Roma non contiene quelle rivelazioni che lui stesso aveva fatto abilmente balenare nelle scorse settimane. In compenso la sua presentazione è stata uno show. Uno show con battute che Marino si preparava da mesi. La più sarcastica è quella che sistema il Pd, il partito che lo ha costretto alle dimissioni dopo che lui si era letteralmente imbullonato al Campidoglio: “Se avessi seguito tutti i consigli del Pd forse mi avrebbero messo in cella d’isolamento”. Non male per un partito che ha avuto i suoi “caduti” nell’inchiesta Mafia Capitale. Poi, già che c’è, lui che invece è uscito pulito dalla Carminati-story, racconta questi anni vissuti a Roma come una battaglia contro “partiti voraci, sia a destra che a sinistra, che fingono di litigare durante il giorno e poi si siedono tutti a tavola con persone adesso anche arrestate”.

SPAZZATURA
Il Marino di ritorno da Marte ha uno scatto d’orgoglio quando ricorda che con la sua presenza al Campidoglio Roma ha finalmente trovato il coraggio di “chiudere dopo 50 anni la più grande discarica del mondo”. Purtroppo non trova il tempo per fare nomi e cognomi: si tratta di Malagrotta, di Manlio Cerroni, detto il “Supremo” o anche “L’ottavo re di Roma”. Ma ha fatto altro di memorabile nei suoi 28 mesi? Gli stessi partiti della maggioranza che lo sosteneva hanno seri dubbi e non a caso rischiano di pagarla cara nelle urne. Nel libro del chirurgo, invece, trova spazio anche una (presunta) e velonosissima rivelazione. “L’ex vicesindaco Marco Causi mi consigliò: Tu lasci Roma, vai a Philadelphia, spegni il cellulare e diventi irreperibile per otto o dieci giorni. Così per irreperibilità del sindaco il governo dovrà nominare un commissario e sciogliere consiglio e giunta”. Quasi incredula la reazione del politico piddino chiamato in causa: “Si tratta di un falso, un falso che mi offende e mi rattrista”. Ma i botti finali della conferenza stampa sono per Matteo Renzi, che lo fece fuori. “Il governo Renzi vuole tornare indietro perchè vuole una Roma nelle mani di questi costruttori che più che imprenditori sono dei prenditori”, accusa Marino. Che poi si leva l’ultima soddisfazione: “Io spiegherò alla magistratura i miei scontrini per 12 mila euro, ma Renzi in un anno spese 600 mila euro in spese di rappresentanza e non ha pubblicato uno scontrino”.

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