La questione morale al tempo del contratto gialloverde. Da Legnano al caso Rixi. I Cinque Stelle non faranno sconti al Carroccio

di Antonio Acerbis
Politica
Di Maio Salvini

Dopo l’ondata delle ultime inchieste che ha travolto giunta regionale lombarda e giunta comunale a Legnano, lo scontro politico tra Cinque stelle e Lega, acuito anche da una campagna elettorale ormai agli sgoccioli, è esplicito. Specie perché, quando si tratta di giustizia e di lotta alla corruzione, i pentastellati, uniti, sono “obbedienti” alla linea originaria del Movimento. Non a caso, esattamente come due giorni fa, Luigi Di Maio ha ripetuto che il Carroccio dovrebbe mettere fuori il sindaco Gianbattista Fratus, mentre il segretario della Lega Matteo Salvini ha spiegato che “fortunatamente i tempi di tangentopoli sono passati” e che non esiste la “presunzione di colpevolezza”.

“Per gli elementi che ho a disposizione su queste tre persone, non ho visto mezzo reato. Lasciamo che la giustizia faccia bene il suo corso”, ha aggiunto. Non è detto, peraltro, che lo scontro abbia un altro colpo (decisivo?) a breve, considerando un altro processo sta arrivando alla fine per il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi, segretario della Lega in Liguria. La sentenza del processo sulle cosiddette spese pazze dei consiglieri regionali liguri, in cui anche lui è imputato (il procuratore aggiunto Francesco Pinto ha chiesto una condanna 3 anni e 4 mesi) è attesa a fine mese.

“Se pensano che dopo le elezioni cambierà qualcosa e che con la minaccia di far cadere il governo il M5S accetterà di tenersi un condannato nell’esecutivo, continuano a non capire il valore dell’anti-corruzione per il Movimento” hanno sottolineato fonti di governo M5s in reazione alle parole del capogruppo della Lega Riccardo Molinari secondo cui “quando manca la fiducia e se Di Maio è convinto che la Lega sia un partito di corrotti, andare avanti diventa molto complicato”.

L’EMERGENZA. Quel che pare, dunque, è che ci siano due linee distinte e distanti, che potrebbero tornare a scontrarsi, quando ancora è aperta quella di Armando Siri, rimosso dall’incarico di sottosegretario perché sotto inchiesta per una presunta tangente da 30 mila euro. Nel frattempo le inchieste giudiziarie vanno avanti (leggi box qui a lato), tanto a Milano quanto a Legnano. Ma Di Maio ieri ha allargato il discorso sottolineando come le inchieste che hanno toccato i politici, non hanno praticamente mai portato a dimissioni da parte dei partiti di appartenenza: “Adesso si dice che sono solo tre casi ma è un mese che ogni tre giorni ascoltiamo di un’inchiesta in Italia. Sono coinvolti tutti i partiti tranne noi e si dice che è solo qualche sparuto e addirittura ci si tiene nei partiti gli arrestati per corruzione, non gli indagati. Questo per me è inaccettabile in un paese in cui si sente di un’inchiesta per corruzione ogni tre giorni”, ha detto a margine di un evento cui ha partecipato a Torino.

Ed è proprio su quest’ondata di inchieste che anche il Guardasigilli si è pronunciato, concordando con il leader del Movimento cinque stelle. “Non entro nel merito del singolo evento – ha osservato Alfonso Bonafede – ma ogni giorno le cronache ci parlano di nuove inchieste per tangenti. Segno evidente che l’emergenza corruzione, in Italia, non è mai finita e che della nostra legge Spazzacorrotti ce n’era davvero bisogno”. Ed è, forse, una delle cose più sensate dette nella giornata di ieri. Perché, come ha detto ieri l’europarlamentare M5S Isabella Adinolfi, pare proprio che “Mani Pulite non ha insegnato nulla”.