La tregua è già finita. Ma Letta fa finta di nulla

di Vittorio Pezzuto
Politica

di Vittorio Pezzuto

Imposto e protetto da Re Giorgio, l’esecutivo delle larghe intese assomiglia sempre di più alla “Corriera stravagante” narrata da John Steinbeck in uno dei suoi romanzi più riusciti. Quella che carica a bordo passeggeri fuori dall’ordinario, troppo differenti tra loro per amalgamarsi in maniera accettabile, costretti a convivere in uno spazio claustrofobico e presto bloccati da un violento nubifragio su una pista sterrata nella prateria californiana. Tra questi spicca un personaggio pedante che pretende di indicare la strada migliore all’autista, ammonendolo che lo denuncerà senza esitazioni in caso di incidente o errore. Ce lo ha fatto tornare in mente il viceministro dell’Economia Stefano Fassina, che a una manciata di ore dalla trionfale conferenza stampa di Palazzo Chigi (una celebrazione agostana che verrà ricordata soltanto per l’enfasi fanciullesca delle dichiarazioni di molti ministri) ha pensato bene di contestare le decisioni appena prese dal governo e denunciare come se niente fosse gli errori commessi nell’archiviazione a tappe della partita Imu. Intendiamoci, apprezziamo che qualcuno abbia il coraggio di dire che “Letta è nudo” e che il provvedimento varato ieri dal Consiglio dei Ministri – mancando tuttora della necessaria copertura finanziaria – risponde più a logiche politiche di facciata che non a una scelta economica di lungo respiro. Ma è obiettivamente inaccettabile che a interpretare questo ruolo sia un autorevole membro dello stesso governo e non, ad esempio, il Corriere della Sera e tutti gli altri autorevolissimi giornaloni nostrani. In un Paese appena appena normale, Fassina avrebbe rassegnato un minuto dopo le sue dimissioni oppure accolto l’invito rivoltogli in tal senso dallo stesso premier. Così non è stato, e purtroppo non sarà. Enrico Letta, che un mese or sono impose a voce alta l’assenza dei ministri Pdl al comizio post sentenza di Silvio Berlusconi, si è infatti rifugiato in uno dei suoi abituali silenzi pilateschi. Evidentemente non ritiene altrettanto disdicevole che un componente della sua squadra faccia un autogol volontario e resti in campo come se niente fosse.

Visioni inconciliabili
Con le sue dichiarazioni, Fassina ha rotto l’incanto artificiale della tregua nelle fila della maggioranza e iniziato a scavare una trincea per impedire che il Pdl possa cogliere il suo secondo scalpo politico, quello del mancato aumento dell’Iva. Poco importa che la sua improvvisa sortita rifletta le preoccupazioni espresse dai nostri occhiuti e invadenti tutori in ambito europeo, che sposi la tesi dell’irrilevante Mario Monti («Con la resa al Pdl sull’Imu, Letta ha preferito assicurare una sopravvivenza più facile al governo») o che più modestamente accarezzi il pelo al corpaccione di un Pd stremato dalle convulsioni precongressuali e schiumante rabbia per l’ennesimo successo di Berlusconi. Quel che conta è che le sue parole certificano l’innaturale e insanabile coesistenza nel governo di visioni e strategie inconciliabili. Si vive tutti alla giornata, e non è un bel vivere. È tutto un guardarsi in cagnesco, un traccheggiare sui dossier più urgenti e indifferibili, un dividersi nel merito delle questioni, un mediare all’infinito tra e dentro i partiti della maggioranza pur di guadagnare ancora qualche settimana di vita. Guardando ogni minuto al calendario, aggrappandosi alle parole del Colle, facendo e rifacendo i conti su quanto manca per superare indenni la finestra temporale che potrebbe portare al voto anticipato, illudendosi che un Paese come il nostro possa meritarsi soltanto un governo di tal fatta. È una logica sconfortante, che allontana dalla politica un’opinione pubblica ormai completamente disillusa. Lo scenario dei prossimi giorni sarà probabilmente altrettanto deprimente. Finita una battaglia, eccone subito all’orizzonte un’altra: domani sul mancato aumento dell’Iva, dopodomani sull’incandidabilità di Berlusconi e più avanti ancora (sempre che non crolli tutto prima) sulla riforma della legge elettorale, annunciata come imminente da appena qualche decina di settimane. Di riscrivere le regole costituzionali per garantire finalmente efficacia all’azione di governo, di riformare seriamente la giustizia, di impiantare anticorpi liberisti (ops, che parolaccia!) nell’organismo sfiancato della nostra economia nessuno in fondo ha davvero intenzione. Manca una visione d’insieme, la capacità di immaginare e impostare soluzioni valide per le prossime generazioni e soprattutto una classe politica all’altezza, che non sappia guardare soltanto al tornaconto immediato a vantaggio della propria fazione.
Ha un bel dire Enrico Letta che il suo governo non ha data di scadenza. Ostentare ottimismo potrebbe non bastargli più già fra qualche giorno. Guida con tenacia la sua corriera stravagante, ma sa bene che diversi suoi passeggeri potrebbero presto lasciarlo solo, impantanato in una distesa limacciosa e con il serbatoio in riserva.

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