Lacrime per il Monte Paschi. Addio a 8mila posti in 4 anni

di Carola Olmi
Economia

di Carola Olmi

Serviranno almeno quattro anni di lacrime e sangue per rimettere in piedi il Monte dei Paschi di Siena. Nel piano industriale varato ieri è previsto un gigantesco salasso. Entro il 2017 i dipendenti passeranno dai 31 mila (dato di fine 2011) a 23 mila e le filiali da 2.750 a 2.200. I dipendenti poi dovranno “fruttare” di più, con un fatturato per risorsa in crescita da 165mila a 225mila euro, mentre i clienti digitali dovranno arrivare al 10%, contro l’attuale 1%. Ma non è finita qui. Tra i punti chiave del piano c’è anche un netto ridimensionamento del cosidetto “rischio Italia” con la riduzione dei titoli di Stato attualemnte in pancia, che sempre entro il 2017 passeranno dagli attuali 23 miliardi a 17.

Errori pagati cari
La banca praticamente fallita tra operazioni sbagliate (primo tra tutti l’acquisto dell’Antonveneta a un prezzo fuori mercato) e artifici per nascondere il debito (a cominciare dalle operazioni sui derivati) resterà in piedi grazie al più classico degli aiuti di Stato, la concessione dei cosidetti Monti bond, per i quali appena due giorni fa una Commissione europea più clemente del solito ha dato il via libera. Intanto però gli azionisti dovranno ancora mettere mano al portafoglio, con un aumento di capitale da 3 miliardi. Soldi ben spesi – è il messaggio inviato ieri dalla banca – che ha promesso già nel 2015 un utile netto di 200 milioni, destinati a diventare circa 900 nel 2017, anche grazie al taglio dei costi operativi di 713 milioni rispetto al 2012 (4,8% medio annuo) e al miglioramento del costo del credito, con un obiettivo al 2017 di 90 punti base. Per far questo i sacrifici saranno di tutti i tipi, compresa la cessione di alcune attività estere come Mps banque, Mps Belgium e la filiale di New York. Contemporaneamente si cercherà di rimborsare integralmente il finanziamento Ltro concesso dalla Banca centrale europea entro il 2015 e poi tutti Monti bond (per un importo di 4,1 miliardi di euro) entro il 2017. L’obiettivo è di centrare entro il 2017 un Core Tier 1 (cioè il principale indice di solidità dell’istituto) sulla soglia di sicurezza del 10%.

I dubbi della Fondazione
Il nodo da sciogliere adesso è però il rapporto con l’ex maggiore azionista, quella Fondazione Mps guidata dalla neo presidente Antonella Mansi, che ieri ha preso atto laconicamente della decisione di procedere con l’aumento di capitale da 3 miliardi. Una cifra che costringerà la Fondazione stessa a diluirsi ancora, visto che nelle precedenti operazioni di aumento di capitale si è svenata fino a indebitarsi oltre misura. Per questo la deputazione amministratrice della Fondazione si è riservata di decidere sul da farsi prima dell’assemblea degli azionisti convocata a dicembre per l’aumento. La Fondazione ha però fatto sapere di restare determinata nel voler mettere in sicurezza l’ente, la salvaguardia del proprio patrimonio e, non ultimo, la tutela del suo ruolo nel territorio. Ieri intanto l’agenzia Fitch ha confermato il rating sul debito a lungo termine di Mps a BBB con outlook negativo e quello sul debito a breve a F3. Stabile ieri in Borsa (-0,05%) dopo però diverse sedute in netto calo, Banca Mps resta in controtendenza rispetto agli altri istituti di credito, con una flessione del 21% negli ultimi sei mesi.

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