Legge elettorale e giochi di palazzo, Napolitano non molla. Così Re Giorgio mette Mattarella nell’ombra

di Giorgio Velardi
Politica

Il grande burattinaio, l’arbitro non imparziale, un monarca. Su Giorgio Napolitano, in questi anni, si è detto e scritto praticamente di tutto. Qualche volta, a volerla proprio dire tutta, senza sbagliare. Di primati, nella sua carriera, “Re Giorgio” ne ha collezionati parecchi. Primo dirigente del Pci a ottenere il visto di ingresso negli Stati Uniti, primo ministro degli Interni post-comunista e, soprattutto, primo capo dello Stato rieletto per un secondo (seppur breve) mandato. Da dieci anni a questa parte, Napolitano muove abilmente i fili della politica italiana. Per qualcuno, quando sedeva al Quirinale viaggiava ai limiti dei vincoli costituzionali, per non dire che li travalicava. Ma anche adesso che al suo posto c’è Sergio Mattarella, come noto, continua a pronunciarsi spesso e volentieri. L’intervento di ieri in Senato sul Rosatellum bis non è che l’ultimo caso in ordine di tempo.

Da Leone a Ciampi, nella storia dell’Italia repubblicana non si ha memoria di tanto attivismo per un presidente emerito. Sarà perché i temi al centro del dibattito politico negli ultimi 12 mesi, dalla riforma costituzionale alla legge elettorale (soprattutto l’Italicum), sono stati un po’ anche “figli suoi”; sarà perché “Re Giorgio” si gioca un pezzo di credibilità visti i fatti degli anni passati. Ma le uscite sono ripetute e irritano parecchi. Non solo le opposizioni, tanto per intenderci.

La giravolta – Prendete proprio l’Italicum. Il 14 aprile 2015 Napolitano lo benedì, invitando le Camere a “non disfare quello che è stato faticosamente costruito”. Poi, a inizio settembre, la giravolta: “Va cambiato perché nell’attuale sistema tripolare rischia mandare al ballottaggio e di far vincere chi al primo turno ha ricevuto una base troppo scarsa di legittimazione col voto popolare”. Sarà. Per non parlare delle sferzate rivolte all’allora premier Matteo Renzi, “colpevole” di aver trasformato il referendum in un plebiscito su se stesso. Non è un caso, del resto, che nei 9 nove anni della sua presidenza a Palazzo Chigi si siano alternati 5 presidenti del Consiglio. Spesso defenestrati dall’oggi al domani e in circostanze tutte da chiarire. Per dirne una: nel 2008, quando il secondo Governo Prodi cadde dopo appena due anni, l’allora portavoce del professore, Silvio Sircana, raccontò: “Sono state le dimissioni più veloci della storia, siamo arrivati al Quirinale e le formalità erano già tutte pronte”. Non troppo diversamente è andata nel 2011. Quando, dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi, “Re Giorgio” conferì l’incarico a Mario Monti, con buona pace di Pier Luigi Bersani che sperava nel ritorno alle urne.

Ombre del passato – Il protagonismo di Napolitano non è comunque una novità. L’uomo è fatto così, lo dimostra la sua storia politica. Che si parli di Prima o Seconda Repubblica, lui è rimasto sempre lì, al centro della scena. Tessitore di trame, sopravvissuto indenne a qualsiasi terremoto politico. Esponente dell’ala “migliorista” del partito, la corrente ispirata ai principi del socialismo europeo, con Enrico Berlinguer segretario Napolitano fu il leader dei riformisti del Pci, che già prima dello strappo con Mosca del 1980 avevano scelto la socialdemocrazia battendosi per il dialogo coi socialisti di Bettino Craxi. Il rapporto fra i due fu lungo e intenso. Tanto che a un certo punto Napolitano si ritrovò in rotta di collisione con linea di Berlinguer. “Negli ultimi anni di vita di Enrico”, ha ricordato Achille Occhetto, “collaboravo strettamente con lui e ho potuto vedere l’isolamento in cui era nel gruppo dirigente, anzitutto sulla questione morale. Ricordo che Napolitano la criticò scrivendo che quell’impostazione ci avrebbe isolato dalle altre forze politiche”. Però in politica nulla è per sempre. E così dopo l’inizio di “Tangentopoli” che per i “miglioristi” fu un incubo (molti dirigenti furono arrestati e processati per tangenti), arrivò Berlusconi. Il resto è storia.

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