Lezione ai maestrini di Parigi. Fiat non si piega ai francesi. Parla Fortuna, rettore dell’Università Niccolò Cusano: “Troppi diktat, Elkann ha fatto bene a mollare”

di Monica Tagliapietra
L'intervista

Pure per fare un matrimonio d’interesse bisogna essere in due. Ma se un partner alza la posta la coppia scoppia. Un po’ come il Governo di Emmanuel Macron che ha voluto dettare le condizioni a Fiat a tal punto da far saltare la fusione con Renault. Stavolta, però, “l’Italia non si è piegata e ha dimostrato di avere una sua forza. Ha fatto bene John Elkann a mollare”. Ne è convinto il professor Fabio Fortuna, economista e rettore dell’Università Niccolò Cusano.

Professore, ancora una volta è saltata una grossa opportunità di business a causa del protezionismo francese in economia. Non siamo oltre i limiti per cui si può definire che si sia bloccata la libera circolazione sui mercati?
Una cosa è sicura: i francesi vogliono sempre fare i primi della classe. Infatti, l’ipotesi di fusione, della quale abbiamo conosciuto pochi particolari, si è interrotta probabilmente proprio perchè si voleva imporre a Fiat qualche regola di troppo. E’ comunque un’occasione perduta per entrambi; poteva nascere un grande gruppo con la prospettiva di collocarsi al vertice del mercato automobilistico mondiale. Non parlerei di libera circolazione bloccata, piuttosto direi che in Renault c’è un’influenza diretta dello Stato e in FCa no. è evidente, anche se si dice che l’accordo sia saltato perché è mancato l’appoggio di Nissan.

Su questi aspetti non dovrebbe vigilare anche l’Europa? Perché a noi ci fa le pulci su tutto, mentre sembra che ai francesi perdoni qualsiasi cosa.
Se l’Europa avesse un’integrazione reale sì, cioè se esistesse un’Europa ben integrata, sarebbe giusto vigilare anche su queste operazioni. Ma nella situazione anomala che abbiamo mi sembra impossibile. Ci sono ancora problemi tra Stati e tante altre cose che si devono risolvere e che sicuramente hanno la priorità. Siamo Europa solo sulla carta.

Macron passa come il leader della politica più europeista, ma poi si comporta da sovranista, non è una contraddizione?
Sì, infatti, Macron è europeista solo sulla carta, ma è evidente che non lo è. Basta pensare alle operazioni con Fincantieri o Essilor-Luxottica per capirlo. Poi ci sarebbero tanti altri riferimenti, è una lunga lista.

A tal proposito, i francesi da noi comprano tutto, dalle banche all’energia fino persino alle griffes del grande lusso. Noi invece fatichiamo ad entrare, perché?
Perché la Francia, pur non essendo in condizioni particolarmente brillanti, ha una forza di penetrazione maggiore della nostra e le imprese hanno in generale una migliore situazione economico-finanziaria. Le aziende italiane sono più prede che predatrici. Il nostro sistema è prevalentemente costituito da piccole e medie imprese e le poche grandi imprese esistenti sono scarsamente competitive con quelle internazionali.

Nella prospettiva di un futuro cambiamento in Europa, l’incidenza del nostro Stato quale potrebbe essere?
L’Italia deve avere un atteggiamento determinato e costruttivo. Quindi, come dico sempre, deve “mostrare il petto”, ma non arrivare al “muro contro muro”. Dobbiamo acquisire consapevolezza che nel nuovo progetto europeo insieme a Germania e Francia dobbiamo assumere un ruolo di leadership. Solo così potremo recitare il ruolo che ci compete, nella speranza che ci si incammini verso un reale processo d’integrazione.