L’Italia non è un più un Paese per agricoltori

di Maurizio Bongioanni

Nel mainstream mediatico sono molti i casi raccontati di operai lasciati in cassa integrazione, lavoratori licenziati da aziende in crisi, di suicidi fra imprenditori ma c’è un aspetto di questo impasse economico che viene poco trattato: la strage silenziosa delle aziende agricole di cui non si hanno stime numeriche affidabili. Nonostante Confagricoltura sostenga che l’occupazione nel comparto agricolo sia aumentata del 6,2%, la produttività delle imprese è troppo bassa rispetto ai nostro concorrenti europei. L’abbandono dei campi, la cementificazione dei suoli fertili rimasti, la mancanza di cambio generazionale, le difficoltà di accesso da parte dei giovani e di avvio di nuove imprese sono solo alcuni dei freni che l’agricoltura italiana sopporta.

La moria delle imprese agricole
Alcuni dati, poi, dimostrano come l’Italia sia un paese sempre meno agricolo: secondo le ricerche di Paola Migliorini, agronoma e docente dell’Università del Gusto di Pollenzo siamo passati da avere 4 milioni di aziende agricole negli anni ‘60 a 1,5 milioni nel 2012. Un fenomeno che si è intensificato negli ultimi decenni: dal 1990 al 2000 si sono perse oltre 400mila aziende e nel decennio successivo 775mila.
«Sono numeri esorbitanti» spiega Migliorini «che passano nel più assoluto silenzio: se la stessa perdita si fosse verificata nel settore dell’automobile se ne sarebbe parlato continuamente su tutti i media». «Dobbiamo tenere presente – continua Migliorini – che le aziende agricole gestiscono il 40% delle terre in Europa benché gli agricoltori rappresentino solo il 3% del comparto lavorativo. Attraverso questo dato si capisce come dagli agricoltori dipendano molte cose tra cui il mantenimento del paesaggio e del territorio oltre che la sostenibilità alimentare».

Altro che made in Italy
Sostenibilità che fa rima con sovranità alimentare, cioè il controllo delle proprie risorse. Pare incredibile che un Paese come il nostro, che fa del cibo il proprio prodotto di punta, debba dipendere dall’Est Europa per il grano o importare ingenti quantità di pomodori dalla Cina (come più volte denunciato da Legambiente). Eppure fare l’agricoltore in Italia non è facile. E nemmeno sostenuto dalle istituzioni.
Secondo Migliorini lo sviluppo agricolo italiano è frenato in primis dal sistema burocratico, troppo pressante nei confronti degli imprenditori, e dall’accesso al credito. «Inoltre fare il contadino non è in generale un lavoro molto retributivo» riprende la docente «e in più ci sono tutta una serie di barriere economiche, dal costo altissimo della terra ai costi iniziali di avviamento che possono essere sì coperti fino al 50% grazie ai fondi europei per lo sviluppo rurale ma che comunque devono poi essere restituiti aumentando il rischio di stritolamento da parte delle banche. Un sistema che soffoca la creazione di risposte innovative sul mercato».
In questo frangente può essere utile uno sguardo all’estero: «Ad esempio le scuole agricole in Francia sono collegate direttamente al mondo del lavoro. Noi invece abbiamo dismesso il sistema scolastico in campo agricolo. Tutto ciò è stato accompagnato dalla mancanza di innovazione: mentre in Francia è possibile richiedere un’autorizzazione o un documento per via telefonica o via internet, in Italia facciamo ancora le code agli sportelli e produciamo tonnellate di carta. Un’arretratezza che si riflette sull’intero modello: mentre all’estero è conveniente lavorare nell’agricoltura rurale, da noi si è imposto un modello agricolo “di rapina” per il quale spendo il meno possibile e faccio un prodotto a basso costo. Ma tutto ciò sciupa il territorio, non crea valore all’interno dell’azienda e schiaccia i prezzi verso il basso». «A seconda del modello economico perseguito dal settore agricolo» conclude Migliorini «possiamo creare o distruggere territorio, a seconda che si scelga la biodiversità o la monocoltura».

Il cemento prende terreno
E intanto che i terreni non vengono coltivati, si cementifica. I dati del Consiglio dei Ministri parlano di 100 ettari agricoli consumati al giorno, o dell’Ispra, secondo cui gli ettari sono invece 70. Paolo Pileri, docente di Ingegneria del territorio presso il Politecnico di Milano, in Italia si consuma terreno agricolo a ritmi impressionanti: dagli 8 ai 10 mq al secondo. Per questo ha deciso di misura, con un team di ricercatori, la perdita della corrispettiva capacità alimentare dei suoli agricoli. Partendo dal presupposto che l’80% delle superfici agricole cementificate sono perse per sempre e contando che per scavare 50 cm di terreno occorre il tempo (brevissimo) di una bennata di ruspa mentre per rigenerarne 10 cm occorrono 2000 anni, gli studi di Pileri si sono soffermati sulla capacità di provvista alimentare persa consumando terreno fertile nelle regioni italiane del Nord.
Se un ettaro è in grado di fornire cibo per 6 abitanti in un anno, la Lombardia, che ha consumato 218mila ettari negli ultimi trent’anni, ha rinunciato a provvedere alla fornitura di cibo tramite risorse locali per 1.313.022 abitanti (il Veneto per 910mila). Ciò significa che la Lombardia ha dovuto soddisfare la sua domanda alimentare rifornendosi fuori dai propri confini dando meno occupazione, in termini agricoli, ai cittadini lombardi.

Acqua e CO2 fuori controllo
Non solo: perché il consumo di suolo agricolo si porta dietro anche altri costi ambientali tra cui la gestione dell’acqua e la compensazione della CO2. Secondo i numeri di Pileri, se un ettaro di terreno agricolo è in grado di assorbire – e poi rilasciare gradualmente – 3700 tonnellate di acqua, cementificare significa ritrovarsi anche a dover spendere in reti per drenare l’acqua in eccesso. Così è stato calcolato che la Regione Lombardia dovrà gestire fino a 16 miliardi di litri d’acqua in più all’anno.
Così la CO2: «il primo strato sottilissimo del terreno è capace di contenere tre volte la quantità di carbonio presente in atmosfera» spiega Pileri. «Se dovessimo applicare lo stesso meccanismo di Kyoto al consumo di suolo, cioè pagare per compensare le emissioni di CO2, ogni anno in Lombardia bisognerebbe spendere quasi 8 milioni di euro».

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