Magistrato di Catanzaro in manette per corruzione. Favori in cambio di denaro e sesso. L’inchiesta della Dda di Salerno coinvolge anche un medico e due avvocati

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Avere un verdetto favorevole in un processo a Catanzaro non era poi così complicato. Il trucco, infatti, era quello di sapere a chi rivolgersi, effettuare una trattativa sul pagamento che poteva essere in denaro, in regalie varie o addirittura in rapporti sessuali, sganciare quanto pattuito et voilà, la sentenza desiderata diventava realtà grazie all’intervento di un magistrato compiacente. Questo è l’ennesimo ceffone in faccia alla giustizia italiana rifilato, ancora una volta, da coloro i quali avrebbero il compito di amministrarla e metterla in pratica, portato alla luce dalla Procura di Salerno, a cui competono le indagini sui colleghi del capoluogo calabrese.

Una storia di mazzette e regalie per la quale, infatti, è stato arrestato il presidente della II sezione della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, Marco Petrini, su cui pende la pesantissima accusa di corruzione in atti giudiziari. Assieme a lui sono finiti in manette altre sette persone, tra cui l’ex dirigente dell’Azienda ospedaliera di Cosenza Emilio Santoro, l’ex consigliere regionale Giuseppe Tursi Prato, due avvocati Marzia Tassone e Francesco Saraco, rispettivamente uno del foro di Catanzaro e l’altro del foro di Locri. Un gruppetto di otto persone che aveva messo in piedi un vero e proprio sistema di potere occulto capace di indirizzare quasi ogni ambito della giustizia locale. Infatti gli indagati “per ottenere, in processi civili e in cause tributarie, sentenze e provvedimenti a loro sfavorevoli o favorevoli a terze persone”, come si legge nel provvedimento firmato tra i tanti dalla Dda di Salerno, si erano accordati con il magistrato infedele.

INTERCETTAZIONE CHOC. Che tutto il sistema facesse ormai parte di una spaventosa normalità, lo si evince anche da alcune intercettazioni, sia telefoniche che ambientali, finite agli atti dell’inchiesta. Conversazioni in cui gli indagati, evidentemente senza temere di essere nel mirino degli inquirenti, parlavano liberamente di pagamenti e sentenze. In tal senso risulta particolarmente emblematico l’audio captato il 17 ottobre 2018 quando il magistrato, discutendo di affari con un suo intermediario, ragionava sul modo per far riottenere il vitalizio all’ex consigliere regionale Tursi Prato, condannato in via definitiva a sei anni per mafia nel 2007. Una situazione all’apparenza impossibile da sbloccare ma che, come scrivono gli investigatori, in cambio di un anticipo di appena 500 euro e con la promessa di una vacanza in una struttura in Valle d’Aosta di proprietà di uno degli indagati, di colpo diventava fattibile.

Così, con tono euforico per l’accordo raggiunto, il magistrato esclamava: “Dì all’amico tuo che è anche amico mio che il giorno 12 si fa… lui la causa l’ha vinta al 1000 per 1000”. Ma a finire nel faldone dell’inchiesta c’è anche il processo contro il clan Soriano di Filandari, nel Vibonese. Qui Petrini, in qualità di presidente della Corte, durante l’udienza del 14 gennaio scorso, aveva rigettato la richiesta della Procura generale di Catanzaro di acquisire i verbali del nuovo collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, l’ex rampollo del clan di Limbadi, perché giudicati “irrilevanti ed inconsistenti rispetto ai capi d’imputazione”. Peccato che così non fosse e che Petrini era già finito al centro dell’inchiesta della Procura di Salerno assieme all’avvocato Tassone che, guarda caso, difendeva alcuni imputati. Un particolare tutt’altro che secondario perché il legale da tempo, secondo gli inquirenti, rivestiva il ruolo di “amante stabile” del giudice tanto che due rapporti sessuali, il primo del 1 marzo scorso negli uffici della commissione tributaria provinciale di Catanzaro e il secondo del 7 marzo, venivano effettivamente documentati dagli investigatori assieme alla promessa di aiuto fatta da Petrini alla Tassone.

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