Mantova revoca la cittadinanza onoraria a Mussolini. E Benito torna a dire: “Me ne frego”

di Monica Tagliapietra
Cronaca
Mussolini

Se ne fregava di ben altro da vivo, figuriamoci da morto. A Benito Mussolini la revoca della cittadinanza onoraria a Mantova non toglierà un grammo della sua storia. A settanta anni dalla sua morte c’è però una certa Sinistra che non sa più che inventarsi per tenerne in vita il ricordo. Ci hanno fatto pure una legge per seppellirne i simboli, e se non fosse che il nostro è un Paese paralizzato, dove le sovrintendenze non fanno mettere e togliere uno spillo, avrebbero già demolito monumenti e opere pubbliche di cui ancora ci serviamo. Nell’epoca in cui son cadute tutte le ideologie, qui continuiamo a dividerci in fascisti e antifascisti, molto spesso senza neppure sapere di che si sta parlando. Quando qualche anno fa lavoravo in una importante televisione regionale andai a sentire perché manifestavano centinaia di studenti liceali in un corteo antifascista a Roma. La risposta più sincera fu “per saltare un giorno di scuola”, mentre altri ragazzi non sapevano nemmeno collocare in un periodo storico il Duce e il suo regime. Alla stessa maniera è disarmante ascoltare l’idea confusa di “ordine” e di “identità” che circola persino tra gli attivisti degli schieramenti di estrema destra. Dunque perchè si continua a combattere una guerra che non c’è? La risposta più facile è perchè una Sinistra a corto di argomenti politici ha un facile appiglio per sollecitare gli elettori sul presidio irrinunciabile della democrazia. Mentre dall’altro lato, la difesa della razza, l’odio per lo straniero e l’olio di ricino per chi fa confusione funzionano ora come allora.

Ora non è che Destra e Sinistra vadano d’amore e d’accordo nel mondo. In loro nome si sono commessi crimini terribili e ancora oggi sopravvivono preoccupanti sacche ideologiche, alimentate soprattutto dall’inefficiente gestione del problema dell’immigrazione. Un Paese che vuole andare avanti e che ha una classe politica all’altezza non può però guardare al futuro continuando a indossare gli occhiali del passato. Persino nell’Italia distrutta del dopoguerra si arrivò a una fase di pacificazione nazionale, gettando le basi di una Repubblica che ha saputo rialzare una nazione coperta dalle macerie.

PACIFICAZIONE FALLITA

Quella stagione di perdono – che non vuol dire di rimozione di quanto era avvenuto – ha trovato sul suo percorso ostacoli e voglia di rivalsa. La condivisione di un obiettivo comune ha creato gli anticorpi con cui la nosra democrazia si è difesa persino da attacchi fortissimi, come abbiamo vissuto negli anni di piombo e delle stragi rosse e nere. Anticorpi che adesso un furore ideologico mette nuovamente alla prova, riaccendendo vecchie divisioni del Paese su questioni minuscole e simboliche. Un lavoro tutt’altro che facile, perché ideone come quella della sindaca di Roma Virginia Raggi di cambiare nome ad alcune vie della città intitolate agli scienziati del secolo scorso che hanno firmato il manifesto della razza richiedono una fantasia sicuramente molto più preziosa se utilizzata per far funzionare meglio la città. Di cosa avessero fatto quegli scienziati – ma anche del solo fatto che fossero scienziati – non sa più niente neppure chi abita nelle vie che portano il nome di questi personaggi da condannare all’oblio. Così quell’epoca che per molti è archiviata nel passato del nostro Paese torna alla ribalta in un’opera di rimozione che non nasce dalla condivisione degli errori ma dalla punizione inferta da un tribunale che non ha mai smesso di giudicare e che pretende di sostituirsi alla storia.

PURE LA CULTURA CI MARCIA

Se anche un bambino può capire facilmente che solo superando questo odio il Paese può diventare più forte, dalla politica alla cultura ogni giorno incassiamo messaggi che invece aizzano una parte contro l’altra. Proprio ieri Roberto Saviano sul quotidiano britannico Guardian – giusto per farci volere più bene in giro per il mondo – ha scritto che in Italia il fascismo è tornato, accusando i partiti di Centrodestra di inseguire i voti degli elettori xenofobi. C’è un clima, insomma, irrespirabile, dietro il quale sono in tanti ad avere responsabilità, vuoi per calcolo politico, vuoi per una scelta ideologica tanto pericolosa quanto scellerata. Un Paese che resta inchiodato da contrapposizioni costruite a tavolino o alimentate artificiosamente perde grandi chance di competitività e di futuro. È questa l’Italia che vogliamo? Di certo se restiamo altri decenni a chiederci a litigare sulle cittadinanze onorarie a Mussolini non andiamo lontano.