Matteo fugge dal Russiagate. La resa dei conti però è vicina. Conte scarica il suo vice: riferirà in Aula il 24 luglio. Intanto il Pd prepara la mozione di sfiducia al ministro

di Davide Manlio Ruffolo
Politica

È un duro lavoro ma qualcuno dovrà pur farlo. Così mentre infuoca il Russiagate in salsa leghista e Matteo Salvini si lascia desiderare, il prossimo 24 luglio a metterci la faccia e a riferire in Parlamento sulla vicenda sarà il premier Giuseppe Conte. Ma il leader del Carroccio non potrà sottrarsi ancora a lungo perché oltre al pressing di M5S, dietro l’angolo c’è anche la mossa del Partito Democratico che, per bocca del deputato Maria Elena Boschi, ha preannunciato la presentazione di una mozione di sfiducia personale nei suoi confronti. Insomma Salvini voleva mettere a tacere la vicenda evitando il confronto nelle sedi istituzionali ma è finito per realizzare un vero e proprio autogol in quanto prima sarà costretto a vedere la relazione da parte del Capo del Governo, dopo potrebbe addirittura essere lui stesso a dover riferire.

FRONTE INTERNO. Insomma in queste ore di fibrillazione per l’Esecutivo e mentre sul Carroccio si addensano nubi sempre più nere, a non sottrarsi è stato il premier Conte. Anzi, con una lettera al quotidiano la Repubblica, ha spiegato che le opposizioni hanno chiesto il suo intervento e che “ritenendo sacre le prerogative del Parlamento”ha “immediatamente acconsentito”. Frasi che suonano come una stoccata, tutt’altro che velata, nei confronti del vicepremier che, in qualità di capo del partito coinvolto nello scandalo, si starebbe sottraendo alle proprie responsabilità per giunta bollando l’intera vicenda come “una finzione”. Anche fosse tale, cosa che dovranno appurare i magistrati, avrebbe potuto dirlo al Parlamento magari fornendo qualche spiegazione e la sua versione dei fatti.

Un punto ribadito più volte, non ultimo ieri, anche dall’altro vicepremier Luigi Di Maio secondo cui: “Se da giorni sto dicendo che il ministro dell’Interno è meglio che vada a riferire in Parlamento non è per la colpevolezza anzi, sono stato vicepresidente della Camera per cinque anni e so bene che quando si hanno le proprie ragioni si spegne tutto un’ora dopo, se non ci si va si alimentano i sospetti”. Parole a cui ha risposto, seppur a distanza, il Capitano affermando che: “Quando si è trattato di vicende che riguardavano il Movimento 5 stelle, io non mi sono mai permesso di dire mezza parola perché mi fido”. Per questo il leader del Carroccio, apparso a dir poco stizzito, conclude spiegando: “Sarebbe bello che si fidassero di me, quando dico che non abbiamo preso soldi. Cosa c’è da insabbiare? Andrò presto in Parlamento nelle forme che chiarirò“.

SOVRANISTI DIVISI. Eppure l’intera vicenda va ben oltre i confini nazionali, andando a sparigliare perfino le carte europee. A farne le spese è l’asse che si era venuta a creare tra il gruppo di Visegrad e la Lega e che prometteva di rivoluzionare l’Ue, in particolare impedendo la nomina del socialista Frans Timmermans, salvo poi scontrarsi con la dura realtà fatta di numeri insufficienti all’interno del Parlamento. Un patto che sembrava di ferro ma che alla prova del nove si è rivelato di cartapesta con i sovranisti dell’Est, a dir poco diffidenti nei confronti del Governo di Mosca, e quelli dell’Ovest, divisi come non mai. Così, per uno strano scherzo del destino, il premier ungherese Viktor Orbàn e quello polacco Jarosław Kaczyński hanno realizzato un ulteriore muro nel vecchio continente, questa volta solo metaforico, che li separa dai loro ex alleati e che mette spalle al muro Salvini.