Nelle foto di Weegee il lato oscuro della Grande Mela

di Mimmo Mastrangelo
Cultura

di Mimmo Mastrangelo

L’angelo imperturbabile nelle notti del crimine con in bocca un inseparabile mozzicone di sigaro. Il numero uno dei fotoreporter freelance della New York degli anni trenta-quaranta del secolo passato che immortala con la sua Speed Graphic quasi cinquemila omicidi. E non a caso è lui stesso a considerarsi il fotografo personale della Murder Inc, la temutissima e famigerata banda di killer al soldo delle famiglie mafiose che tengono in scacco interi quartieri della Grande Mela. Usher Fellig, meglio conosciuto come Weegee, è stato una leggenda nel suo campo, con i sui scatti sono nati negli Stati Uniti i giornali popolari, i cosiddetti tabloid a grandissima tiratura, infarciti di notizie di cronaca nera, ricchissimi di immagini e poveri nei testi. Nato nel 1899 in Ucraina, Weegee arriva negli Stati Uniti ancora bambino e a quattordici anni è già del mestiere. Fa lo “squeegee”, l’apprendista a cui spetta il compito di asciugare i negativi e smistarle alle redazione dei giornali. A metà degli anni Trenta è già il principe maestro della fotografia d’azione, vive nella notte braccando la cronaca, mangia e dorme sognando immagini su cui deve lasciar specchiare il volto della sua città. Una New York in bianco e nero, impestata da violenze e conflitti come si può vedere dalla mostra “Weegee: murder is my business”, allestita fino al 28 luglio negli spazi di Palazzo Magnani a Reggio Emilia per la cura di Brian Wallis. Oltre un centinaio di scatti (tutte stampe originali in gelatina ed argento) mettono a nudo una cruda e torva realtà di morti ammazzati, cadaveri coperti da lenzuoli bianchi, scie di sangue che colano dal marciapiede alla strada, criminali portati via in manette, calca di curiosi tenuti a bada dalle forze dell’ordine. Un teatro del crimine in cui si ritrovano i fotogrammi che faranno parte del libro-catalogo “Naked City” e che danno la cifra della genialità e dell’occhio di un fotografo che sente la pellicola nel sangue e che – come scrive nel catalogo della mostra Walter Guadagnini – opera in modo da “tagliare quanto più possibile gli elementi narrativi della scena, quegli elementi che da un lato distraggono l’attenzione del lettore dal fatto primario, dall’altro riportano l’evento dentro la quotidianità, lo relativizzano”. Le sue immagini rappresentano l’America e le devianze conseguenti alla grande crisi del 1929. Raccontano di incidenti stradali, risse, di criminali e poliziotti. Narrano allo stesso tempo di un lavoro eccitante, di un mestiere che “è pericoloso. E’ divertente. E’ tosto. Ti toglie il fiato. Ti distrugge”.
Weegee metterà da parte definitivamente il suo strumento di lavoro alla fine degli anni quaranta per girare film in sedici millimetri, scrivere libri sulla fotografia e tenere conferenze. Morirà a New York nel 1968.