Nessuno sarà espulso. La fronda interna non spaventa i Cinque Stelle. Di Maio è blindato dal voto della base sul caso Diciotti. Ma preoccupano i numeri al Senato

di Carmine Gazzanni
Politica

Per capire quanto il clima interno ai Cinque stelle sia più disteso di quanto si creda stando alle tante ricostruzioni giornalistiche che si susseguono, bisogna tornare alla riunione congiunta di lunedì sera al termine del voto online su Matteo Salvini e il caso Diciotti. “Il clima era assolutamente disteso anche tra chi si sapeva avrebbe avuto posizioni critiche come Luigi Gallo o Nicola Morra, non c’era la minima tensione, ma la consapevolezza che far scegliere alla base era la scelta migliore”, spiega a La Notizia chi a quella riunione c’era.

Anche se, rivela la nostra fonte, né Paola NugnesElena Fattori, le due frondiste per eccellenza, non avrebbero partecipato alla congiunta. Segno, forse, di chi si sente più fuori che dentro al Movimento ormai da tempo. Basterebbe, d’altronde, prendere in mano i voti delle due senatrici per toccare con mano come ormai la loro militanza all’interno del gruppo pentastellato sia soltanto formale. Ecco perché non stupiscono le dichiarazioni critiche delle due senatrici.

Probabilmente, però, non ci si aspettava che avrebbero avuto una chiara posizione a favore dell’autorizzazione a procedere per Salvini anche altri deputati. Coloro che hanno chiaramente manifestato una posizione contraria a quella della maggioranza dei votanti su Rousseau, in effetti, non sono pochi: da Giulia Sarti a Luigi Gallo, da Nicola Morra a Veronica Giannone, da Antonio Federico fino a Ugo Forello e Alberto Airola.

La domanda nasce spontanea a questo punto: cosa accadrà? “Viste le critiche al sistema Rousseau e al Movimento espresse dalla Fattori e dalla Nugnes – rivelano dai Cinque stelle – è facile pensare che si arriverà di nuovo davanti ai probiviri. Ma al momento non si parla di altre epsulsioni”. Il motivo è anche legato ai numeri del Senato, sebbene i pentastellati neghino ci sia questo rischio: formalmente i gialloverdi hanno 165 senatori (107 M5S più 58 della Lega) per una maggioranza che richiede 160 votanti. Solo cinque parlamentari di scarto non assicura una garanzia totale.

Ed è per questo che, nonostante tutti siano concordi sul fatto che la fronda sia assolutamente sparuta, il rischio potenziale è legato alla tempistica del voto su Salvini in Aula, che dovrebbe arrivare a fine marzo. “Quello sarà un periodo che potrebbe essere infuocato”, rivelano alcuni pentastellati. Il motivo è presto detto: accanto all’avvicinarsi delle elezioni europee e all’inevitabile distinguo che dovrà profilarsi tra i due “colleghi” di magioranza in vista delle urne, per il Parlamento saranno giorni molto delicati per via di una serie di provvedimenti delicati da approvare, a cominciare dalla conversione in legge del decreto sul Reddito di cittadinanza.

“Senza dimenticare che a marzo partiranno le iscrizioni per avere il Reddito e dovrà andare tutto in maniera regolare”. In caso contrario non è detto che eventuali malumori non possano riesplodere in forma anche più acuta rispetto a quanto accaduto finora. E a riguardo centrale sarà anche il comportamento tenuto a Montecitorio dal gruppo M5S sulla legittima difesa (leggi box grigio a lato), altro provvedimento attorno a cui si sono addensati non pochi malumori.

A quanto pare, dunque, la situazione resta sottocontrollo e, semmai, potrebbe irrigidirsi tra qualche settimana. Quel che è certo ad oggi è che il voto degli iscritti al Movimento ha blindato la leadership di Luigi Di Maio. Chi dovesse in Aula votare a favore dell’autorizzazione a procedere non sarà più in una posizione soltanto contro l’attuale gestione Di Maio, ma contro l’intero Movimento cinque stelle. Chi dovesse votare non più da semplice iscritto ma da portavoce contro il volere della maggioranza degli attivisti, si porrebbe automaticamente fuori dal Movimento. La “strategia” pentastellata da questo punto di vista è stata impeccabile: anche la Fattori e la Nugnes in quel caso si troverebbero a tradire i principi della democrazia diretta su cui tanto insistono gli ortodossi a 5 Stelle.