Nessuno sconto per Spada. La testata al reporter fu mafia. Confermata in Appello la condanna al boss. Al giornalista Rai la classica lezione dei clan

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca
Roberto Spada

A Ostia la Mafia esiste. Un concetto che, se mai ce ne fosse bisogno, è stato nuovamente ribadito dai giudici della capitale con la sentenza di secondo grado nei confronti di Roberto Spada, il presunto capo clan che rifilò una testata al giornalista Rai Daniele Piervincenzi. Nessuno sconto di pena per lui, anzi la Corte d’Appello di Roma ha completamente confermato il verdetto di primo grado con cui era stato condannato a 6 anni di reclusione perché accusato dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal pubblico ministero Giovanni Musarò del reato di lesioni e violenza privata aggravata dal metodo mafioso.

Non solo, i giudici hanno anche disposto il pagamento di un risarcimento in favore della Federazione nazionale della stampa, dell’Ordine dei giornalisti, del Comune di Roma, della Regione Lazio e dell’associazione Libera. L’udienza di ieri era iniziata in un clima di assoluta incertezza perché tutte le parti in causa pensavano di poterla spuntare. Un clima che si era infuocato con la requisitoria del procuratore generale Vincenzo Saveriano che, esponendo le tesi dell’accusa e chiedendo la conferma della pena inflitta in primo grado, aveva usato toni duri.

Roberto Spada, secondo la ricostruzione del magistrato, aveva usato una condotta tipica del metodo mafioso per difendere il proprio territorio da quello che vedeva come un intruso. Un atteggiamento violento che, secondo il pg Saveriano, avrebbe messo in atto: “in spregio alle più elementari regole del vivere civile e con la connivenza della popolazione”. Proprio questo punto è stato rimarcato più volte durante la requisitoria perché sarebbe la prova di quel rapporto malato tipico delle mafie dove anche chi è testimone, chiude gli occhi o finge di non vedere.

Del resto, quando Piervincenzi e il suo cameramen venivano colpiti, nessuno accorreva in loro aiuto o avvisava le forze dell’ordine. Elementi che, come sostenuto dall’accusa, provavano senza ombra di dubbio che a Ostia l’omertà dei cittadini è diffusa nei confronti del clan Spada e che l’intento di Roberto era quello di “dare una lezione” e “scoraggiare altri ad andare in quella zona a dare fastidio”.

La vicenda risale al 7 novembre del 2017 quando una troupe televisiva del programma Nemo, in onda sulla Rai, aveva raggiunto Ostia per far luce sui presunti legami tra la famiglia Spada e il partito politico Casapound, autore di un exploit nelle elezioni comunali. Proprio per saperne di più il giornalista e il cameraman Edoardo Anselmi raggiungevano la palestra di Roberto con l’intento di intervistarlo.

Una tempesta di domande, ovviamente sgradite, che il capo clan decideva di interrompere nel peggiore dei modi ovvero sferrando prima una devastante testata sul naso di Piervincenzi e dopo malmenandolo con un bastone. Il tutto mentre il cameraman, nonostante a sua volta veniva bersagliato di colpi dal complice di Roberto, continuava a registrare il pestaggio.

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