Non basta andare a Corleone. La mafia si batte dando l’esempio. Nuova bordata di Di Maio a Salvini sul caso Siri: si dimetta

di Raffaella Malito
Politica

Che Forza Italia se la prenda con “lo stile giustizialista targato M5S” la dice lunga sulle ragioni profonde che stanno dietro alla richiesta dei pentastellati di dimissioni per il sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione. Nel dna dei Cinque Stelle, come ripete da giorni il capo politico e vicepremier Luigi Di Maio, c’è la questione morale. Una questione che secondo i pentastellati fa la differenza tra loro e le altre forze politiche.

Ecco perché le parole di esponenti politici del partito di Silvio Berlusconi, non fanno che avvalorare la battaglia che su un piano squisitamente politico sta portando avanti il Movimento su Siri. Nessuno, infatti, da Di Maio in giù, mette in dubbio che sul piano giudiziario il sottosegretario leghista possa dimostrare la sua innocenza. Ma nessuno sul piano politico può tollerare che permanga al Governo qualcuno su cui si allungano ombre pesanti di corruzione in un’indagine che coinvolge personaggi collusi con la mafia.

Sono necessari segnali di cambiamento a rimarcare la distanza tra chi c’era prima e chi c’è ora al Governo. Sono le “risposte dure” di cui parla Roberto Fico. “Quando accadono cose di questo tipo, i partiti devono assolutamente dare delle risposte dure, soprattutto se c’è in qualche modo odore di mafia, fermo restando che si è innocenti fino a prova contraria”, dice il presidente della Camera. “A me dispiace che in questi giorni mi sembri di tornare un po’ al passato, quando ai tempi di Berlusconi si parlava della giustizia contro qualcuno o per qualcuno”, commenta il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Siri “si deve dimettere da sottosegretario e se non lo fa chiederemo ancora con più forza all’interno del Governo di farlo, anche al presidente del Consiglio, perché noi lo abbiamo disinnescato in qualche modo togliendogli le deleghe ma quella è un’indagine di corruzione che riguarda anche fatti di mafia”, ribadisce Di Maio. “Intanto lavoriamo alla questione morale, alla sanzione politica, altrimenti che senso ha dire che si festeggia a Corleone dicendo che si vuole eliminare la mafia. La mafia la elimini se prima di tutto dai l’esempio”, aggiunge.

A Corleone, com’è noto, è andato il collega Matteo Salvini che non ne vuol sapere di passi indietro per il suo consigliere economico. “Siri resta dov’è, ci mancherebbe altro. Ha detto che chiarirà. I magistrati lo sentano al più presto. Sembra peraltro che quelle intercettazioni di cui si parla da giorni, non esistano, siano false”. Il ministro dell’Interno si riferisce a un articolo del quotidiano La Verità, secondo cui la frase intercettata di Arata al figlio, che inchioderebbe il sottosegretario sull’operazione costata 30mila euro destinati a Siri per modificare i provvedimenti legislativi, sarebbe falsa.

Il Corriere della Sera, che quell’intercettazione ha reso nota, però conferma e rilancia. Nella sua edizione online pubblica una foto degli atti e cita un intero passaggio del provvedimento scritto dal pubblico ministero Mario Palazzi in cui si dice che il sottosegretario leghista è indagato per corruzione in quanto “riceveva indebitamente la promessa e/o la dazione di 30.000 euro da parte di Paolo Franco Arata”. I magistrati, sottolinea il Corriere.it, hanno formulato l’accusa dopo aver ascoltato le intercettazioni tra Paolo Arata e il figlio Francesco. Tutto materiale che si troverà il premier Giuseppe Conte al ritorno dalla Cina nell’atteso faccia a faccia che avrà con Siri. Quando, in tanti sono pronti a scommetterci, gli chiederà un passo indietro.