Nuove ombre su Malagrotta. Autorizzazioni sospette al gassificatore di Cerroni. Dal 2005 si sono susseguite varie valutazioni positive della Regione Lazio. Ma ora si scopre che l’impianto è irregolare

di Carmine Gazzanni
Cronaca

A riparlarne è stato proprio Manlio Cerroni in un’intervista rilasciata qualche giorno fa al Corriere: “Ho proposto di trasformare il gassificatore di Malagrotta in un impianto di produzione di metanolo”. L’idea è riutilizzare l’impianto in un progetto “rivoluzionario” per salvare la Capitale dai rifiuti. Peccato però che, nonostante la struttura sia stata autorizzata oltre 10 anni fa, oggi si viene a conoscenza di un particolare: l’impianto non è a norma. I dettagli sono emersi nelle ultime audizioni della Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, durante le quali sono stati ascoltati, tra gli altri, anche il presidente della Regione Nicola Zingaretti.

Dalle varie audizioni è emersa una “anomalia nell’autorizzazione”, come spiegato dall’amministratore giudiziario dell’impianto Luigi Palumbo. “Non c’è la distanza di 150 metri dal fiume, prevista dalla legge Galasso”. In altre parole per oltre 10 anni la Regione avrebbe autorizzato un impianto che non rispetta le norme paesaggistiche. Il torrente Rio Galeria sarebbe a una distanza inferiore al consentito. Con tutto quello che ne consegue. Ma c’è di più: quando Palumbo ha rilevato tali anomalie, ha prontamente interessato la Regione Lazio. Che, “dopo due o tre scambi di comunicazioni, ci ha scritto che a breve arriverà una diffida, probabilmente per il ripristino dello stato dei luoghi, almeno credo, per la parte che non rispetta la distanza”. Senza, tuttavia, specificare in che modo questo dovrebbe avvenire. Il che crea non pochi problemi posto che il rinnovo dell’autorizzazione dell’impianto, salvo proroghe o ritardi, dovrebbe arrivare il prossimo 13 agosto.

QUELL’ATTO SENZA RISPOSTA. Sul gassificatore di Malagrotta è stato per primo proprio il presidente della Commissione Ecomafie, Stefano Vignaroli, a interessare il Parlamento e il Governo con un’interrogazione del 2014, in cui veniva ricostruita la storia dell’impianto. Tutto parte dal 2005, quando viene concessa la Via (Valutazione Impatto Ambientale) che ha attestato il rispetto della distanza minima obbligatoria dal fiume. Da allora tutte le autorizzazioni che si sono succedute si sono basate su quella Via. Sennonché, sembra che la fascia di rispetto sia stata nei fatti violata, visto che l’impianto sarebbe stato realizzato ad una distanza inferiore a quella prescritta per legge.

Peraltro, mai nessuno ha reso pubblica l’irregolarità, che è stata per la prima volta denunciata da Vignaroli, da ultimo nel corso delle recenti audizioni in Commissione Ecomafie: “Nel 2012 e nel 2013, ci fu una richiesta di aggiornamento dell’autorizzazione. Alla fine, nella cartografia risultava che quest’impianto fosse spostato. È un caso particolare. Nel 2013, la Regione Lazio ha chiesto se l’impianto rispettava i limiti di distanza dal Rio Galeria? La risposta del Colari (Consorzio laziale rifiuti, ndr) è stata: sì, rispetta i 150 metri”. Cosa che, per quanto emerso, lascerebbe pensare che, di fatto, la Regione si sarebbe fidata della perizia di Colari. Senza ulteriori verifiche.

RISCHIO INCIDENTE. Ma c’è di più. Sempre per quanto riguarda il gassificatore, non ci sono tracce di valutazione di rischio incidente rilevante, come invece prevedrebbero sia la legge Seveso 2 e sia la Seveso 3. Altro problema non di poco conto, considerando che anche in questo caso il Comune di Roma già nel 2003, esaminando il progetto relativo al gassificatore, rilevò che “l’impianto veniva a collocarsi in un sito tra il ‘polder’, o grande vasca della discarica, e la Raffineria di Roma, ubicata a poche centinaia di metri”, come denunciato ancora da Vignaroli nell’interrogazione del 2014.

Insomma, un caos totale alla vigilia della presentazione del Piano Gestione Rifiuti da parte della Regione. Nel frattempo la dirigente regionale che si occupa di Politiche ambientali, Flaminia Tosini, è stata chiara su un punto nel corso dell’audizione: “Qualora non si risponda alle indicazioni espresse in diffida, non sarà possibile presentare richiesta di rinnovo, e quindi ci sarà la revoca”. Le risposte che per ora latitano. “In queste condizioni non posso presentare (il rinnovo dell’Aia, ndr), quindi spero in una pronuncia veloce perché ho scritto non so quante Pec”, ha detto Palumbo.

Uno stallo clamoroso dopo 10 anni di autorizzazioni a quanto pare illecite. E che potrebbe significare altri soldi da spendere per sanare le irregolarità dell’edificio. Un’ipotesi che si scontra però con alcuni punti fermi insanabili: il vincolo dei 150 metri e il rischio di incidente rilevante. Si finirebbe così per chiudere, ancora e pericolosamente, un occhio.

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