Ora vuole il Mattarellum. Sulla legge elettorale altra capriola di Salvini. Invoca le urne per il maggioritario. E poi resuscita la quota proporzionale. Attesa la decisione della Consulta sul referendum

di Lucrezia Conti
Politica

Delle due l’una: o ci è o ci fa. Ennesima gaffe di Matteo Salvini che riesce a non tenere una linea coerente neanche sulle sue stesse battaglie. Facciamo ordine: qualche mese fa il leader della Lega impose a otto consigli regionali a guida centrodestra di chiedere un referendum abrogativo del sistema proporzionale all’interno dell’attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum (sistema misto per due terzi proporzionale), con cui si è votato per le elezioni politiche del 2018. Ma a due giorni dalla pronuncia della Corte Costituzionale, presieduta da Marta Cartabia (nella foto), sull’ammissibilità dello stesso cambia idea e si pronuncia a favore a favore del Mattarellum.

“Sosteniamo il Mattarellum, legge elettorale già sperimentata, efficace, garanzia di stabilità e serietà. Niente passi indietro di trent’anni col proporzionale che resuscita venti partiti e partitini”. Così parlò il capitano. Al qual sfugge però che la legge Mattarella, denominata Mattarellum dal nome del suo relatore, Sergio Mattarella, che regolò le elezioni politiche italiane dal 1994 al 2001 è un sistema misto, a prevalenza maggioritario ma comunque con una parte proporzionale (quota maggioritaria di Camera e Senato, recupero proporzionale al Senato, quota proporzionale alla Camera) tant’è che venne anche chiamato “legge – Minotauro”, citando appunto la figura della mitologia greca, essere mostruoso con il corpo di un uomo e la testa di un toro, proprio per sottolineare la sua ambiguità.

Dunque, anche se la Consulta si dovesse esprimere nella camera di consiglio di domani pomeriggio per l’ammissibilità del referendum, poco c’entra il Mattarellum visto che il quesito referendario è relativo all’ “abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica”. Se il referendum dovesse passare, superando lo scoglio della partecipazione al voto di almeno il 50% degli aventi diritto, in Italia si voterebbe come in Gran Bretagna ovvero con un maggioritario puro con parlamentari eletti ognuno in un collegio assegnato al nome più votato. Politicamente è evidente la volontà precisa della Lega di usare il grimaldello dei referendum, sia questo in oggetto che quello confermativo sul taglio dei parlamentari, per incidere sulla legislatura. Nel primo caso per ottenere elezioni anticipate, nel secondo per stoppare il proporzionale, visto che con il sistema maggioritario Salvini farebbe incetta negli uninominali.

Leggi elettorali prêt-à-porter, dunque, che cambiano ad ogni stagione politica a seconda della convenienza di questo o di quel partito che in quel momento gode del consenso più ampio. Non a caso il gruppo parlamentare alla Camera di Leu, che senza il recupero della parte proporzionale sparirebbe dal Parlamento, si è costituito parte davanti alla Corte contro l’ammissibilità del referendum mentre il resto della maggioranza giallorossa ha mandato un segnale di contrarietà a qualsiasi forma di maggioritario puro depositando una bozza di riforma elettorale proporzionale sia pure con sbarramento al 5%, il Germanicum. Su questa proposta la leader di FdI Giorgia Meloni invoca le “barricate”: “Riproporre il proporzionale è scandaloso, ora mi aspetto che il centrodestra non si presenti in ordine sparso, ma con una proposta unitaria per un sistema con un meccanismo maggioritario che dia a chi vince la possibilità di governare”.

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