Parla Daniela Pompei della Comunità di Sant’Egidio: “Basta strumentalizzazioni. Dei migranti si occupi l’Europa”. E per placare l’assalto alle nostre coste: “Corridoi umanitari per fermare i barconi della morte”

di Fabrizio Lioni
L'intervista

“Il tema dell’immigrazione non va strumentalizzato”. Ne è convinta Daniela Pompei,  responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati, rifugiati e Rom. Per la quale esiste un solo rimedio per fermare i barconi della morte che si riversano quotidianamente sul Mediterraneo: “Occorre incentivare i corridoi umanitari”.

Un paio di giorni fa è montata l’ennesima polemica sulla questione migranti, ormai diventata materia  attorno alla quale sembra ruotare tutta l’agenda politica italiana. Non c’è il rischio che questa spettacolarizzazione possa portare a strumentalizzazioni?
“A mio parere bisogna innanzitutto ridimensionare il fenomeno, che non è delle dimensioni che può sembrare. Gli sbarchi sono diminuiti e, via mare, nell’ultimo anno sono arrivate solo ventimila persone. E poi occorre ricordare che è sempre necessario salvare le persone che si trovano in mare. Oltre a fare un discorso sulla situazione sociale italiana, certificata anche dai recenti studi pubblicati dall’Istat”.

Quale?
“Che siamo in sofferenza. Arrivano meno migranti, mancano i giovani e il nostro Paese, che è uscito da poco dalla crisi economica, ha difficoltà a reperire lavoratori. Non solo nel campo dell’assistenza agli anziani. Al Nord, ad esempio, mancano saldatori, tornitori,  figure professionali di cui c’è una richiesta  enorme. Bisogna quindi trovare il modo di incentivare ingressi regolari per un fenomeno che è gestibile”.

Quale via dovrebbe imboccare secondo lei l’Esecutivo per risolvere il problema?
“Penso ad esempio ai cosiddetti Decreti flussi, per l’ingresso di lavoratori in Italia. L’ultimo prevedeva l’entrata nel nostro Paese di trentuno mila persone. Ebbene, quando il premier Giuseppe Conte è venuto da noi, gli abbiamo esplicitato la richiesta di un intervento del genere, orientato però almeno ad una platea di cinquantamila individui”.

Eppure il ministro dell’Interno Matteo Salvini è stato chiaro: ha detto più volte che in Italia c’è spazio solo per chi scappa dalla guerra e non per i migranti economici…
“Occorre affrontare il fenomeno nel suo complesso e gestirlo a livello europeo”.

A proposito di Europa, come giudica le decisioni che sta prendendo sul fenomeno l’Unione? Nell’ultimo Consiglio di fatto si è riusciti a sancire soltanto che gli accordi tra Stati dovranno essere su base volontaria…
“A livello europeo dobbiamo insistere sulla condivisione e il ricollocamento dei flussi migratori. In questo senso, una visione che porti al superamento degli accordi di Dublino è necessaria. Anche perché poi, altrimenti, si realizza quello strano fenomeno che coinvolge immigrati ormai pienamente regolari che, magari dopo 4-5 anni, vorrebbero spostarsi dal Paese di arrivo all’interno della Ue e questo gli viene negato. E anche se all’ultimo Consiglio europeo  è passato soltanto il concetto di accordi su base volontaria, già diversi Stati hanno palesato l’ok alla ridistribuzione. Si tratta comunque di un primo passo”.

E secondo lei questo sarà sufficiente?
“Bisogna ricordare che anche trattati storici, come ad esempio quello di Schengen, all’inizio sono stati condivisi solo da pochissimi Paesi e solo in un secondo momento hanno trovato posto nel resto dell’Unione. In generale abbiamo certamente bisogno di un’Europa meno impaurita e più coesa, perché è evidente che nessuno, nel Vecchio continente, può governare il fenomeno da solo. C’è bisogno di istituzioni più coraggiose, per dare risposte ad un problema che è affrontabile. L’istituzione dei corridoi umanitari, ne sono l’esempio: una soluzione diversa ai barconi della morte”.