Pure l’Europa dell’energia è un fallimento. Gasdotti mai completati: ecco perché l’Italia è in ostaggio di Putin

di Stefano Sansonetti
Primo piano

Non solo l’Europa politica e quella delle banche. A deludere un bel po’, a quanto pare, è anche l’Europa dell’energia. Con l’Italia che come al solito è destinata a pagare il prezzo più caro. L’esplosione che ha colpito due giorni fa l’impianto di distribuzione del gas di Baumgarten, in Austria, non soltanto ha causato un’interruzione delle forniture all’Italia, il Paese più penalizzato. In realtà l’incidente rende ancora più rumorosi i fallimenti europei nella costruzione di nuovi gasdotti per diversificare le fonti di approvvigionamento, quasi sempre di origine russa, e diversificare anche i percorsi delle infrastrutture. Molti di questi progetti, infatti, avevano e hanno l’obiettivo di alimentare l’Europa aggirando l’Ucraina, così invisa alla Russia di Vladimir Putin. Sempre due giorni fa il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha avuto buon gioco nel dire che se fosse già stato operativo il Tap, il gasdotto da 4,5 miliardi di euro che porterà in Puglia il gas proveniente dall’Azerbaijan, questa emergenza austriaca non avrebbe inciso più di tanto.

La sequenza – Ma forse si potrebbe cominciare la carrellata dicendo che lo stesso Tap, tra i cui azionisti c’è l’italiana Snam, è nato all’epoca per rimpiazzare un altro progetto di gasdotto, il cosiddetto Nabucco, archiviato nel 2013. Con l’intenzione di trasportare il gas del Mar Caspio attraverso Turchia, Balcani e Austria, il Nabucco aveva visto il coinvolgimento delle compagnie energetiche Omv (austriaca, la stessa che controlla la centrale di Baumgarten), Botas (Turchia), Bulgargaz (Bulgaria), Transgaz (Romania) e Rwe (Germania). Il suo tracciato era stato stimato in 3.900 chilometri, per una capacità di trasporto di 31 miliardi di metri cubi l’anno (tre volte di più rispetto ai 10 miliardi del Tap, eventualmente raddoppiabili a 20). Altro tentativo naufragato in tempi recenti è quello del South Stream, progetto di gasdotto che avrebbe dovuto portare il gas russo in Europa attraverso il Mar Nero e i Balcani. Gli azionisti dell’allora consorzio, ossia Gazprom (Russia), Eni (Italia), Edf (Francia) e Wintershall (Germania), avevano provato a portare avanti un piano di infrastruttura da 2.380 chilometri con una capacità di trasporto di 63 miliardi di metri cubi l’anno. Il tutto per un costo stimato di 24 miliardi di euro. Le tensioni tra Russia e Ucraina, con conseguenti sanzioni internazionali contro il Cremlino, hanno però fermato tutto. Sulle ceneri del South Stream, adesso, si sta cercando di costruire un altro gasdotto, ribattezzato Turkish Stream (o TurkStream). Con una parte di tracciato simile, soprattutto per quanto riguarda il passaggio del gas russo sotto il Mar Nero, il Turkish Stream al momento è guidato da Gazprom e dovrebbe avere una capacità di trasporto di 31 miliardi di metri cubi l’anno, per un costo stimato di 11,4 miliardi di euro. Sulla sua riuscita, però, pende il difficile rapporto tra Russia e Turchia. Uno dei gasdotti che aggirano l’Ucraina, entrato in azione tra il 2011 e il 2012, è il Nord Stream, che porta il gas russo in Nord Europa attraversando il Mar Baltico. In questo caso gli azionisti sono la solita Gazprom con le tedesche Wintershall, Ruhrgas e la francese Engie.

Gli sviluppi – Di là da venire, invece, è il progetto Nord Stream 2, una sorta di rafforzamento dell’omonimo gasdotto. In questo gli azionisti, ossia Gazprom, Omv (Austria), Royal Dutch Shell (anglo-olandesi), Engie (Francia), Wintershall e Uniper (Germania), se la devono vedere con le resistenze opposte soprattutto dalla Polonia e dai Paesi baltici, che si sentono tagliati fuori e puntano l’indice su quella che a loro dire è una finta diversificazione delle fonti. E così, tra naufragi e progetti ancora sulla carta, l’Europa si affida ancora ai vecchi gasdotti, su tutti l’immenso Urengoy-Uzhgorod, che porta il gas russo in Europa (con un potenziale di 140 miliardi di metri cubi) attraversando l’Ucraina e approdando a Baumgarten. Da qui passa anche il gasdotto Tag, che fa capo a Snam e che alimenta l’Italia. Ecco perché se a Baumgarten succede qualcosa l’Italia rischia grosso.

Tw: @SSansonetti