Qualcuno rema contro la pace in Libia. Macron esca da quest’ambiguità. Parla il sottosegretario agli Esteri, Di Stefano (M5S): “Asimmetria totale tra gli impegni e le azioni dell’Eliseo”

di Carmine Gazzanni
L'intervista

Una “totale asimmetria” tra le rassicurazioni che arrivano dall’Eliseo e le azioni che poi lo stesso Eliseo porta avanti. È per questo che il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, ora chiede che Emmanuel Macron esca dall’ambiguità che sin dall’inizio delle azioni militari di Haftar in Libia contraddistingue la sua politica. Con l’obiettivo che si dia seguito alla linea tracciata dall’Italia nella conferenza di Palermo per una soluzione pacifica interna alla Libia.

A leggere le ultime notizie, però, pare che la Francia non stia lavorando sulla stessa linea. A che gioco sta giocando Macron?
Credo che ci sia una totale asimmetria tra le rassicurazioni che arrivano da Parigi e le azioni che vediamo. È strano pensare che Haftar in un momento di sintesi che avrebbe dovuto portare alla conferenza nazionale del 16 aprile, si sia autonomamente mosso senza il sostegno di qualcuno. Non abbiamo ovviamente prove, ci mancherebbe.

Però…
Però è strano che anche il governo di Serraj abbia immediatamente ricostruito la vicenda parlando della Francia dietro l’operazione di Haftar.

L’Europa, nel frattempo, latita. Secondo alcuni anche perché gli Stati Uniti “giocano” defilati.
Non si può pensare che se non ci sono gli Stati Uniti allora tutto va nel caos. Sarebbe un’ammissione di fallimento dell’Unione europea. Credo tutt’altro in realtà.

Cioè?
La conferenza del 16 aprile che si era propiziata dalla conferenza di Palermo manifesta una capacità di azione europea, in questo caso con la leadership italiana, anche grazie a una buona partnership con gli Stati Uniti insieme a Russia ed Egitto. Si stava andando nella giusta direzione.

E poi?
Il tempismo dell’aggressione di Haftar che è avvenuta a pochi giorni dal 16 lascia pensare. Credo che si siano mossi interessi che vedevano in una riconciliazione nazionale un pericolo, come nel 2011. Si sta vivendo una sorta di deja-vu che rende tutto ancora più grave.

Interessi che portano a Parigi?
Tutti hanno interessi in Libia. Conte stesso ha detto che noi stiamo difendendo anche i nostri interessi, com’è giusto che sia. È altrettanto evidente, però, che gli interessi di Italia, Francia e Gran Bretagna siano differenti. Questo, però, non ci basta per dire che la Francia abbia agito in modo diretto. La sensazione, tuttavia, è che non si sia opposta a delle scelte fatte da Haftar.

Non crede sia il caso che Macron prenda una posizione chiara sulla crisi libica?
Macron deve prendere una posizione chiara anche su Haftar. Così la Francia potrà anche chiarire la sua insistenza per modificare le conclusioni dell’incontro del Consiglio europeo sulla Libia.

Finora Parigi si è mossa nell’ambiguità, dunque?
È evidente. E le ambiguità, davanti a una crisi umanitaria come quella libica, soprattutto quando sei responsabile diretto dello stato attuale perché è dal 2011 che ne sei responsabile, non possono esistere. Devi essere determinato e chiaro.

Nel frattempo Minniti ha accusato il governo di muoversi come un elefante in cristalleria sulla crisi libica.
Il Pd è fuori da ogni logica. Ci hanno prima attaccato per la conferenza di Palermo; poi ci hanno detto durante i bombardamenti di Haftar che non controllavamo la vicenda; ora che ci muoviamo come un elefante in cristalleria. Non so davvero cosa intenda Minniti: siamo davanti a una guerra, come ti vuoi muovere? Per forza in modo chiaro e netto.

Quali sono i risultati raggiunti dal governo sul fronte libico?
Io credo che siano innegabili, sia nella gestione dei rapporti bilaterali che hanno avuto un impatto sul calo dell’immigrazione, sia nelle azioni diplomatiche intraprese. Fino all’altro ieri il 16 aprile sarebbe stata la prima conferenza nazionale di unificazione dal 2011 ad oggi. La strada era perfetta e forse era questo che dava fastidio.

Bisogna continuare su quella strada?
Bisogna prendere atto che quella era una strada che stava funzionando. L’operazione di Haftar forse nasce proprio perché non si sentiva abbastanza tutelato. Dobbiamo avere nella mente che il tavolo è solo rinviato, non cancellato. Con un punto chiaro, ben delineato.

Quale?
I protagonisti non sono gli europei, ma i libici con tutte le loro fazioni in campo. Bisogna andare nella direzione tracciata a Palermo: libere elezioni, un percorso di riforme e un parlamento che rappresenti tutte le realtà libiche.