Renzi ha poco da festeggiare: “Il Jobs Act funziona male”. La bordata del professore Tiraboschi al Governo

di Giorgio Velardi
L'intervista

Per dirla col gergo renziano, a leggere i dati sul lavoro diffusi ieri dall’Istat c’è poco da stare sereni. La pensa così anche Michele Tiraboschi, docente di Economia all’università di Modena e Reggio Emilia e presidente di Adapt, il centro studi sul lavoro fondato da Marco Biagi. “Una politica seria – spiega Tiraboschi – non può esultare per un tasso di disoccupazione in doppia cifra (11,1%) e ancor meno se si confronta col resto d’Europa”.

Eppure professore è quello che sta succedendo…
Se chi festeggia, invece di provare a difendere se stesso, leggesse con spirito critico questi dati avrebbe poco di cui gioire. L’Italia è fanalino di coda in Europa: la Germania ha un tasso di disoccupazione del 3,8%, il Regno Unito del 4,4. Il nostro 11,1% è un’enormità. Il resto è retorica. Sarebbe bello se dopo tre anni di Jobs Act anche chi l’ha voluto capisse cos’è che non funziona adottando dei correttivi.

Proviamo a guardare il bicchiere mezzo pieno: a giugno il tasso di occupazione femminile ha raggiunge il 48,8%. Buona notizia, non crede?
Sì, ma pure in questo caso bisogna fare attenzione ai facili trionfalismi. La vera notizia, leggendo quel dato, è che in Italia una donna su due in età di lavoro non ha un impiego. Nel Mezzogiorno è anche peggio: lavora solo una donna su tre. E le altre due? In questo senso, siamo di gran lunga il Paese peggiore d’Europa. La realtà è che in questi anni è stato fatto troppo poco per favorire l’occupazione femminile, soprattutto in termini qualitativi. È una grandissima emergenza che va presa di petto.

Lei poc’anzi parlava di correttivi da apportare al Jobs Act. Eppure ieri la sottosegretaria Boschi se n’è uscita domandando se qualcuno può ancora negarne il successo…
Credo che da parte della Boschi, ma non solo, ci sia una scarsa capacità di fare autocritica. L’obiettivo del Jobs Act non era quello di aumentare i posti di lavoro, ma di aumentare i posti di lavoro stabili sfruttando fra l’altro l’abolizione dell’art. 18. Invece i dati diffusi dall’Istat ci dicono che dal 1992 ad oggi non abbiamo mai avuto così tanti contratti a termine…

jobs actCos’è che secondo lei proprio non ha funzionato?
Non si vedono le nuove politiche attive. Non è partito il contratto di ricollocazione: dopo tre anni siamo ancora fermi a una sperimentazione per 30.000 persone quando i disoccupati sono oltre 3 milioni. Sono dati oggettivi che confermano come il Jobs Act non stia funzionando nella parte ricostruttiva, oltre la demolizione del vecchio art. 18. Leggendo gli ultimi dati Istat c’è chi dice che qualcosa si muove, ma in realtà si tratta di un arretramento se guardiamo al miglioramento sostanziale che registrano tutti i nostri principali competitor europei.

Al di là del tasso di disoccupazione, l’altra grande questione (se prendiamo per esempio la situazione tedesca o britannica) è quella relativa al tasso di occupazione.
Proprio così. Nei Paesi del Nord Europa il tasso è dell’80% mentre da noi è fermo al 57. Troppo poco.

Qual è la ricetta per invertire la rotta?
Bisognerebbe dire “basta” alla politica del bonus ‘usa e getta’ abbattendo il costo del lavoro e investendo sulle competenze. In Germania ma non solo funziona benissimo uno strumento, l’apprendistato, che garantisce un’interazione fra scuola e mercato del lavoro. Noi invece siamo il Paese dei tirocini a 300 euro. E poi, come dicevo, andrebbero sviluppate politiche attive e di ricollocazione. Il piano Lavoro 4.0 annunciato da noi pochi giorni fa in Germania c’è da tre anni: un gap notevole.

È più un problema di volontà o di incapacità politica?
Direi sicuramente la seconda. In questi tre anni sono state distrutte le vecchie tutele senza costruire le nuove. Renzi, che è riuscito lì dove Berlusconi si era dovuto arrendere, ha messo in un angolo i corpi intermedi pensando di poter fare da solo a colpi di tweet. Una visione totalmente miope.

Tw: @GiorgioVelardi

  • honhil

    E’ sempre stato così, il comunismo (ed i Pddini sono figli del fu Pci) è passato da un disastro all’altro, tuttavia i loro dirigenti non facevano che celebrare gli inesistenti propri successi. Su questa scia, qualcuno da qualche parte punta il dito sull’idiozia del fascismo. Già, il fascismo è la loro via di fuga, l’unica. E quando hanno l’acqua alla gola inizia la sagra antifascista. Ma se ci si deve proprio impelagare nell’idiozia è giusto che si esplori, a 360 gradi, senza lasciare spicchi di tempo inesplorati. Che cos’è stato il comunismo se non un’idiozia imbellettata con l’aiuto della cosmesi ideologica di ieri e di oggi? E un esercito di truccatori ancora in opera. Per cancellare le tracce di tutte le orribili cose che si sono consumate dietro la cortina di ferro. Eppure il male che ha soggiogato e soggioga parti del mondo, a sinistra, viene sempre identificato con il fascismo. Il lupo mannaro non può che essere fascista. Chi innalza muri non può che essere “uscito dalla sua vecchia gabbia fascista per contagiare e peggiorare anche molti altri, troppi altri”. Eppure il primo vero muro innalzato per dividere non i popoli, con culture usi e tradizioni diverse, ma uno stesso popolo, quello che è diventato più noto della Grande Muraglia cinese, è stato innalzato dai comunisti a Berlino. Per evitare che mezza Europa dell’est corresse verso la libertà. Ma il nome ufficiale di quel muro era: “Antifaschistischer Schutzwall, Barriera di protezione antifascista”. A volte farebbe bene anche a molti cosiddetti intellettuali di sinistra chiudersi nell’ “armadio di Ajatashatru”, per una sana meditazione. E magari cercare di capire che fascismo e comunismo sono stati due mali assoluti, ma tra i due, quello che ha vinto la palma d’oro è il comunismo, per il semplice fatto che ha tenuto in mano i destini dell’uomo per molto più tempo. “Il Jobs Act funziona male”, per il semplice motivo che non sono in grado di fare niente di buono. Agli egoisti interessa l’oggi e non l’indomani. Da ciò l’incapacità di governare. Da ciò i flop vestiti con l’abito della festa e spacciati per luminosi traguardi raggiunti.