Renziani decisivi, la vera sfida si gioca al Senato. Il politologo Prospero: Mattarella ripartirà dai numeri del dopo-Grasso

di Giorgio Velardi
L'intervista

È una partita a scacchi, nella quale nessuno vuole fare la prima mossa. Così la prospettiva di tornare a votare si fa via via più concreta, malgrado l’elezione dei presidenti delle Camere sia indicata come il banco di prova prima dello showdown. “In questo enigma politico molto dipenderà dal nome che sarà scelto a maggioranza come successore di Pietro Grasso a capo del Senato”, ragiona Michele Prospero, docente di Scienza politica e Filosofia del diritto alla Sapienza di Roma. A Palazzo Madama infatti “Matteo Renzi ha un peso politico non indifferente, ha costruito il suo nucleo di resistenza proprio lì”, in quella Camera che voleva abolire.

Una bella matassa da sbrogliare.
“È una partita complicatissima, come forse non lo è mai stata. Credo che Mattarella non abbia interesse a risolvere il tutto in tempi così rapidi. Un ipotetico quanto repentino fallimento di qualsiasi trattativa vorrebbe dire riportare il Paese a votare già a giugno”.

A parte quella di nuove elezioni, qual è la prospettiva? Ci sono oggi elementi che potremmo già dare per scontati?
“Certo. Mi sembra che la soluzione di un Governo politico sia da scartare, quindi vedo difficile sia per Di Maio sia per Salvini ricoprire l’incarico di premier. L’unica soluzione percorribile mi sembra piuttosto l’alleanza di una delle due forze considerate vincitrici col terzo classificato, cioè il Pd”.

Ma in questa dinamica, a chi toccherebbe fare la prima mossa?
“Non certo al Pd, ma a M5s e Centrodestra. La necessaria premessa però dovrebbe essere l’esclusione di un asse tra queste due forze, dopodiché si potrebbe cominciare a ragionare”.

Quale sarebbe la soluzione meno ‘costosa’ per il Pd?
“Indubbiamente un accordo coi pentastellati: i dem devono muoversi con accortezza, dicendosi disponibili a un Governo di scopo col M5s a certe condizioni. Magari indicando un nome che potrebbe fare sintesi”.

Si parla della Bonino, di Cottarelli…
“Tenderei a escludere Cottarelli. Queste elezioni sono state una rivoluzione politica e sociale: l’Italia è spaccata in due, con opposte richieste di politiche sociali ed economiche. Scegliere una figura come questa vorrebbe dire ignorare il messaggio lanciato dagli italiani il 4 marzo, un messaggio di ribellione al quale non si può rispondere solo con le forbici del tecnico che promette tagli. La resurrezione di un Esecutivo ‘alla Monti’ assumerebbe i contorni di una spoliticizzazione che arriva dopo una forte esplosione di ri-politicizzazione”.

Nell’ottica di un accordo tra uno dei due vincitori e il Pd, non si darebbe modo a chi resterebbe fuori di andare all’incasso una volta tornati al voto?
“Un Governo di tregua darebbe esattamente questo risultato. Cinque Stelle e Lega o incassano qualcosa subito o passano all’opposizione, guadagnando poi alla prossima tornata elettorale”.

Così il Pd ci perde comunque, o no?
“Non a caso al Nazareno tifano per la costruzione di un asse M5s-Lega, e magari sul suo fallimento…”.

Un po’ poco per chi sognava di governare il Paese. Tutta colpa di Renzi?
“Sua, ma non solo sua. Con Renzi si è compiuta una metamorfosi di profilo identitario e organizzativo che ha fatto sempre parte del Dna del Pd. Fu Veltroni il primo a rompere l’idea della coalizione con la vocazione maggioritaria, in un partito di notabili indifferenti a qualsiasi richiamo programmatico”.