E’ rottura sul caso Regeni. La Procura generale egiziana respinge le accuse nei confronti degli 007 indagati dalla magistratura italiana. Il giovane era pedinato fin dal dicembre 2015

dalla Redazione
Cronaca

Dopo lo scontro politico e diplomatico tra Italia ed Egitto sul rapimento e l’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni, e dopo la sospensione delle relazioni tra i due Paesi promossa dal presidente della Camera Roberto Fico, si è registrato un ulteriore deterioramento dei rapporti anche sul fronte giudiziario. La Procura generale egiziana ha, infatti, ufficialmente respinto la richiesta formulata dalla Procura di Roma di inserire sette agenti dei Servizi egiziani, già incriminati in Italia, nella lista degli indagati.

Secondo i magistrati del Cairo – riferisce l’agenzia di stampa egiziana Mena citando fonti giudiziarie – “non ci sono abbastanza prove per indagare le persone indicate”. Una richiesta simile era già stata respinta nel dicembre dello scorso anno, perché “nel sistema giudiziario egiziano non esiste un registro dei sospettati”. Per la giustizia egiziana, inoltre, non sarebbe sufficiente il fatto che le persone indicate dalla Procura di Roma pedinassero Regeni prima del suo omicidio, perché questo “rientra nel loro lavoro”.

La Procura generale del Cairo, riferisce ancora la stessa agenzia di stampa Mena, durante l’incontro con gli inquirenti italiani, avvenuto mercoledì scorso al Cairo, ha chiesto alla Procura di Roma di indagare sul perché Regeni fosse entrato in Egitto con un visto turistico, e non con un visto per studenti, nonostante avesse in programma di condurre una ricerca accademica per contro dell’Università di Cambridge.

Secondo le indagini condotte in Egitto dagli investigatori italiani del Ros dei Carabinieri e dello Sco della Polizia, Regeni sarebbe finito sotto la lente della polizia e dell’intelligence egiziana a partire dal dicembre del 2015, con una serie di attività investigative culminate, il 7 gennaio successivo, con la registrazione video di un colloquio tra il sindacalista Mohamed Abdallah e il ricercatore.

Il Cairo ha contestato nei giorni scorsi la decisione del presidente della Camera Fico di sospendere ogni relazione con il parlamento egiziano, finché non si fossero registrati progressi sul caso Regeni. “Trattiamo con gli altri paesi – aveva commentato il segretario generale della Commissione Affari esteri del parlamento egiziano, Tarek El Khouly  sulla base del principio di reciprocità. Non abbiamo nulla da nascondere e nulla da temere. Di conseguenza, di fronte a chi agisce in questa maniera nei nostri confronti non possiamo che agire nello stesso modo”. El Khouly aveva definito la decisione di Fico “infelice e non giustificata”. Tensioni culminate, venerdì scorso, con la decisione del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, di convocare l’ambasciatore egiziano per “chiedere risultati concreti” e sollecitare “concreti sviluppi investigativi”.

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