Scoop ad orologeria contro Conte. Per il Financial Times avrebbe favorito un fondo coinvolto in uno scandalo finanziario in Vaticano. Ma la vicenda è già nota

dalla Redazione
Politica

C’è un filo rosso che collega un gruppo di investitori, il premier Giuseppe Conte e un fondo di investimento sostenuto dal Vaticano e finito al centro di un’inchiesta per corruzione. A sganciare la bomba è stato il Financial Times, ossia il principale giornale economico finanziario del Regno Unito, secondo cui il capo del Governo italiano si sarebbe macchiato di “conflitto di interessi”. Insomma la classica indagine destinata a far tremare i polsi delle parti chiamate in causa, tanto più che siamo all’indomani della Caporetto umbra e con il Capitano Salvini che – come un disco rotto – continua a chiedere le dimissioni di Conte.

Peccato che si tratti di una vicenda sviscerata da tempo, per la precisione a maggio 2018 quando comparse su tutti i media italiani, e che sembra avere un tempismo sospetto. E a ben vedere, la novità del FT sarebbe che il premier potrebbe essere chiamato in causa dagli inquirenti leonini che, poche settimane fa, hanno aperto un fascicolo d’indagine sulla vicenda. Un’inchiesta che vede gli investigatori pontifici concentrati sul fondo di investimento Athena Global Opportunities, gestito dal finanziere Raffaele Mincione, che avrebbe ricevuto circa 200 milioni di euro dal Segretariato Vaticano per un controverso investimento immobiliare a Londra.

E Conte cosa c’entra? È presto detto. Ben prima di diventare un volto noto della politica italiana, cosa successa solo quando è stato scelto come capo del Governo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, l’attuale presidente del Consiglio era un accademico di Firenze. Insomma non di certo un nome di grido, tanto meno una persona in odore di incarichi importanti su cui puntare per fare intrallazzi. Eppure nel maggio 2018 la società Fiber 4.0, controllata dal fondo di Mincione, lo sceglieva per redigere un parere legale in quanto l’azienda stava tentando la scalata alla Retelit, una compagnia italiana di telecomunicazioni.

Ma l’operazione terminava con un fiasco perché la società finiva in mani straniere. Successivamente nasceva il governo gialloverde e, dopo un mese, l’esecutivo emanò un decreto applicando il golden power a Retelit senza, però, che il fondo di Mincione ne ottenesse qualsiasi tipo di beneficio. Immediatamente la vicenda balzò su tutti i media che accusavano Conte di conflitto di interessi mentre lui si difendeva spiegando di non avere partecipato alla discussione del decreto e di essersi astenuto dal votarlo in consiglio dei ministri. Ma c’è di più perché lo stesso Mincione disse di non avere mai incontrato personalmente l’avvocato Conte.

In risposta al Financial Times, “si precisa che Conte ha reso solo un parere legale e non era a conoscenza che alcuni investitori facessero riferimento ad un fondo di investimento sostenuto dal Vaticano e oggi al centro di un’indagine”, si legge in una nota della presidenza del Consiglio. Ma c’è di più perché “l’allora avvocato Conte ha ricevuto dalla Fiber 4.0 l’incarico di scrivere un parere circa il possibile esercizio, da parte del governo, dei poteri di golden Power su Retelit” senza che “nessuno potesse immaginare che, poche settimane dopo, un governo presieduto dallo stesso Conte sarebbe stato chiamato a pronunciarsi proprio sulla specifica questione oggetto del parere”. Proprio per evitare imbarazzi, continua la nota, “il presidente Conte si è astenuto anche formalmente da ogni decisione circa l’esercizio della golden Power” e “non ha preso parte al relativo Consiglio dei Ministri”.

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