Sei anni fa in Siria il rapimento di Padre Dall’Oglio. I fratelli: “Non riusciamo a sapere cosa gli sia accaduto”. Per la famiglia il gesuita è vivo ma l’Italia non ha fatto abbastanza per liberarlo

dalla Redazione
Cronaca

“Da sei anni noi famigliari di padre Paolo Dall’Oglio non riusciamo a sapere cosa sia accaduto a nostro fratello. Un uomo che è sacerdote gesuita, nato a Roma, cittadino italiano. È vero che in Siria c’è la guerra, ma Raqqa è stata ormai liberata dall’Isis e ora è occupata dagli alleati della Nato”. E’ quanto ha detto, nel corso di una conferenza stampa, Francesca Dall’Oglio, sorella di Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano rapito nel 2013 da un gruppo di miliziani in Siri.

Accompagnata dai fratelli Giovanni e Immacolata, per la prima volta da quel 29 luglio 2013 Francesca ha invitato i giornalisti per denunciare il fatto che sulla sorte del missionario non solo non si ha “nessuna notizia” ma manca anche “una percezione reale e con riscontri”, che certifichi che un lavoro di inchiesta per trovare Paolo Dall’Oglio “sia stato fatto”. Se da un lato, a parole, impegno e vicinanza è stata espressa dall’Unità di crisi e dai quattro governi che in questi sei anni si sono succeduti in Italia, da un’altra i fratelli sollecitano “più trasparenza e coordinamento” nel lavoro degli inquirenti italiani, soprattutto nella verifica delle tante notizie e indiscrezioni che dal 2013 circolano su padre Paolo. Molte – poi smentite – lo darebbero per morto.

Secondo la famiglia però il gesuita “è vivo”, così come sostenuto anche da alcuni combattenti curdi ad aprile, quando una delle ultime cellule del gruppo Stato islamico era stata sconfitta nell’area di Baghouz. A dimostrare il poco impegno, sempre secondo i familiari del gesuita, sarebbe il fatto che il segretario personale di padre Paolo, che lo ha visto fino a due giorni prima del sequestro, non sia stato ancora interrogato. Altro fatto che “ha minato la fiducia”, proseguono i fratelli, la riconsegna ai famigliari della valigia di Paolo avvenuta solo nel 2017, sebbene da tempo i servizi segreti italiani ne fossero entrati in possesso.

La famiglia chiede conferme del lavoro di inchiesta condotto dall’Italia anche “per allontanare la percezione che Paolo in realtà sia oggetto di interessi politici contrastanti, non necessariamente solo italiani”. I 5 milioni di dollari annunciati ieri dal dipartimento di Stato americano a chi darà notizie su Dall’Oglio e altri quattro religiosi sequestrati, invece, “dimostrano che qualcosa si muove, per contrastare tutto questo silenzio”. “Non sapere nulla dei nostri cari è una ferita immensa per noi famiglie” sottolinea Immacolata. “Paolo oggi vorrebbe che parlassimo degli altri scomparsi, ma anche dei milioni di sfollati”.

“La notizia del sequestro di Paolo – racconta Francesca – ci ha cambiato la vita, sebbene conoscessimo i rischi a cui andava incontro. Ma è stata anche una grazia perché a noi cittadini italiani ha permesso di sentire sulla nostra pelle il dramma quotidiano che milioni di siriani vivono a causa della guerra o come profughi all’estero”. Secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, “la famiglia Dall’Oglio ha tutto il diritto di chiedere se in questi sei anni è stato fatto tutto il possibile per ritrovare Paolo”. E a Raqqa, aggiunge Noury, “da un anno e mezzo si puo’ entrare: le condizioni per andare a indagare, da parte sia delle autorita’ giudiziarie che dei giornalisti, ci sono”. Centrale per il portavoce di Amnesty anche la questione degli scomparsi: “Hanno ormai superato il numero dei desaparecidos della dittatura argentina. Su questo problema non e’ stato fatto abbastanza”.

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