Sia lodato l’otto per mille. Così la Chiesa si pappa tutto. Al Vaticano un miliardo, allo Stato 175 milioni

di Carmine Gazzanni
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C’è evidentemente qualcosa che non va nel momento in cui il 35% dei contribuenti scelgono espressamente la Chiesa cattolica come beneficiaria dell’otto per mille della propria dichiarazione dei redditi, e la stessa Chiesa finisce, però, col papparsi l’81% dell’intera torta a disposizione. In soldoni: un miliardo 5 milioni e rotti di euro, frutto più della quota non espressa che di quella optata. Mai andare contro Santa Romana Chiesa, però: le istituzioni non hanno mai pensato di mettere mano alla normativa che regola il meccanismo dell’otto per mille, nonostante svariati solleciti. Nel 2014 (e poi ancora nel 2015) la Corte dei conti ha detto senza mezzi termini che è “opportuna una rinegoziazione” tra Stato e confessioni religiose (oltre la Chiesa cattolica, che fa la parte del leone, ci sono altri 10 istituti). In quella stessa relazione, infatti, i magistrati sottolineavano come “il sistema risulta non del tutto rispettoso dei principi di proporzionalità, di volontarietà e di uguaglianza”. E non solo per la nota e clamorosa distinzione, mai colmata, tra “optanti” e “contribuenti”. C’è dell’altro. “In un periodo di generalizzata riduzione delle spese sociali a causa della congiuntura economica – si legge in quelle relazioni – le contribuzioni a favore delle confessioni continuano, in controtendenza, ad incrementarsi, avendo, da tempo, superato ampiamente il miliardo di euro annui, senza che lo Stato abbia provveduto ad attivare le procedure di revisione di un sistema che diviene sempre più gravoso per l’erario”. Un sistema che, introdotto nel 1985, è vecchio di 33 anni. È indubbio, in altre parole, “un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana”. D’altronde, già nella relazione della Commissione paritetica Italia-Cei del 1996 si leggeva che “non si può disconoscere che la quota dell’otto per mille si sta avvicinando a valori, superati i quali, potrebbe rendersi opportuna una proposta di revisione”. Sarà mai stata fatta? Ovviamente no. E il risultato è che il contributo delle confessioni religiose è passato da complessivi 209 milioni del 1990, ad oltre 1,2 miliardi nel 2018.

Chi si siede a tavola – Ma a questo punto entriamo più nel dettaglio. Secondo i dati del dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, le scelte espresse valide sono poco più di 17 milioni, quelle non espresse superano i 22 milioni. Basterebbe questo per capire che più di qualcosa non torna. Fatto sta che per il 2018 la Chiesa godrà come detto di oltre un miliardo di euro. Una cifra monstre, soprattutto se paragonata a quella delle altre confessioni. Dai 32 milioni che andranno ai valdesi fino ai 4 e rotti di cui godrà l’Unione comunità ebraiche italiane, per passare agli 8,7 dell’Unione Buddhista italiana e ai 3,9 della Chiesa evangelica luterana in Italia. C’è da dire, altro particolare, che dal 2020 (anno in cui verrà, secondo le stime del Mef, assegnato l’otto per mille relativo alla dichiarazione dei redditi 2016) siederà al tavolo dell’otto per mille anche una new entry: la Soka Gakkai. La confessione religiosa – in realtà una brancadel buddhismo, nonostante tra i beneficiari già ci sia, come detto, l’Ubi secondo i calcoli godrà di 52.777 scelte espresse. Difficile dire a quanto economicamente corrisponda tale dato. Certo è che la comunità ebraica, che si muove su scelte espresse simili, gode, come detto, di una fetta che vale oltre 4 milioni. è plausibile, dunque, supporre che, se le cose non dovessero mutare (come pare), anche la Soka arriverà a percepire una cifra ditale sorta. Non male.

E lo Stato? – A questo punto la domanda: e lo Stato? Nelle casse pubbliche, ahinoi, entreranno solo 175 milioni (l’anno scorso erano 190). E perché mai un deficit così vasto con la Chiesa? La ragione va ritrovata non solo nel sistema che sarebbe da aggiornare, ma anche nel fatto che, come sottolineato sempre dalla Corte dei conti, lo Stato è “l’unico competitore che non sensibilizza l’opinione pubblica sulle proprie attività e che non promuove i propri progetti”, tanto che “non si sono promosse specifiche campagne pubblicitarie di tipo diffuso sui media”. Insomma, un interesse scarso. O, meglio, genuflesso.

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