Siamo alla guerra civile. Il piano di pace Onu per la Libia ha fallito. Parla il presidente della commissione Esteri, Petrocelli: “Trump isolazionista, ma il disastro inizia con Obama”

di Carmine Gazzanni
L'intervista

“In Libia si rischia una guerra civile. Ma i segnali si erano avvertiti da settimane, in particolare quando Haftar aveva preso il controllo del giacimento di El Feel, gestito dall’Eni con la Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc)”. Il senatore M5S e presidente della commissione Esteri, Vito Petrocelli, non usa mezzi termini sulla crisi libica: “Oggi dobbiamo essere onesti su un punto”.

Quale, senatore?
“Il piano dell’Onu per riunificare le diverse formazioni militari e arrivare ad una soluzione politica ed elettorale tra le autorità della Tripolitania e della Cirenaica, non ha dato finora i risultati sperati. Le responsabilità sono molteplici, ma ora è il momento di fermare l’escalation bellica e poi pensare ad una nuova strategia”.

Anche la Francia chiede ad Haftar di fermarsi. Non crede, però, che la politica estera di Macron abbia le sue colpe?
“Non è certo un mistero che la Francia – insieme a Russia, Emirati, Egitto e Sauditi – non abbia ostacolato l’avanzata militare di Haftar, che è iniziata settimane fa nel Fezzan e ora è arrivata fino a Tripoli. Allo stato attuale però l’interesse di tutti, anche di Parigi, è evitare un secondo bagno di sangue stile 2011”.

Anche gli Stati Uniti sembrano disinteressati alla vicenda…
“Domenica il comando statunitense in Africa (Africom) ha ritirato il suo piccolo contingente militare dalla Libia: una mossa, a mio parere, dettata dall’isolazionismo di Trump. Ma troppo spesso si dimentica come ha avuto inizio il disastro libico che ha fatto sprofondare i confini italiani di decine e decine di migliaia di chilometri. L’invasione Nato del 2011 e le risatine di Hillary Clinton alla morte di Gheddafi io, personalmente non le dimentico. Chi oggi parla di disinteresse americano deve avere l’onestà intellettuale di ricordare le ragioni per cui quello che era il paese con il miglior welfare d’Africa sia ora in queste condizioni”.

Lei ha parlato di corridoi umanitari per tutelare i civili in fuga. Nella maggioranza saranno tutti d’accordo?
“Lo ribadisco e spero che la maggioranza trovi un accordo su come affrontare questa urgenza umanitaria. Se la diplomazia non riuscirà a fermare le armi, il mio auspicio è che si apra immediatamente un corridoio umanitario europeo per i libici e per i migranti che si troverebbero intrappolati nel conflitto. La situazione è particolarmente grave per i migranti rinchiusi nei centri gestiti dal governo di Tripoli e dalle milizie, che ora rischiano di rimanere intrappolati come topi e – stando alle ultime notizie – di essere anche usati come carne da cannone. È urgente imporre una tregua umanitaria e organizzare un corridoio umanitario per evacuare via mare civili e migranti a rischio verso i vicini Paesi africani e l’Europa. Ovviamente tutti i Paesi europei, e non solo l’Italia, sono chiamati a fare la loro parte in questo momento eccezionale”.

Salvini, però, ha detto che il porto libico è sicuro. Venendo poi sbugiardato dalle principali istituzioni europee.
“Sbugiardato dai fatti, più che altro”.

L’Italia già mesi fa si è posta come Paese di mediazione. Quali le tappe da seguire per uscire dalla crisi?
“Innanzitutto non dare ascolto ai sedicenti statisti nostrani che, dopo aver contribuito attivamente con Berlusconi a spazzare via uno dei nostri principali alleati nel Mediterraneo, con Renzi e Gentiloni hanno scelto di snobbare il rapporto con Haftar puntando tutto sull’outsider Sarraj nella speranza di un sostegno internazionale che non ha mai avuto. Il governo Conte ha provato a rimediare con la Conferenza di Palermo. Ecco, è giunto il momento che in Italia si prenda coscienza della fine dell’unilateralismo americano e dell’affermarsi di un multipolarismo che implica maggiori responsabilità per l’Europa, anche per l’Italia, un maggiore coordinamento con le altre potenze e un ritorno al rigoroso rispetto della Carta delle Nazioni Unite, in particolare al rispetto della sovranità di ogni Paese e alla non ingerenza negli affari interni”.

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