Sorgenia è “in banca”

Di Marco Franchi per il Fatto Quotidiano

Ogni energia all’impresa italiana”, è lo slogan della nuova campagna pubblicitaria di Sorgenia lanciata a fine giugno sulla carta stampata, in radio e in tv. I protagonisti del nuovo spot sono veri imprenditori, ripresi al lavoro, che chiedono ascolto, soluzioni e un contributo concreto “per far tornare a correre questo Paese”.

Chissà cosa pensano dello spot quelle imprese che negli ultimi mesi si sono viste negare un fido da alcune delle banche coinvolte nel salvataggio della società energetica della famiglia De Benedetti. Perché entro venerdì Sorgenia finirà sotto il controllo delle banche creditrici. Con un nuovo primo azionista: il Monte dei Paschi, che avrà circa il 22 per cento. Seguiranno Ubi al 18, Banco Popolare all’11,5, UniCredit al 9,8, Intesa Sanpaolo al 9,7 e Bpm al 9.
Pare sia stato trovato l’accordo sulla ristrutturazione del debito (1,8 miliardi) di Sorgenia e la firma degli azionisti (la cassaforte Cir e gli austriaci di Verbund) con gli istituti di credito è attesa a giorni dopo oltre sei mesi di trattative. L’accordo raggiunto con le banche, spiega Cir nel bilancio, “prevederebbe un aumento di capitale di 400 milioni senza sovrapprezzo, in opzione ai soci o in alternativa con conversione di debito in equity oltre a un prestito convertendo dell’ammontare di 200 milioni.

Su tale proposta il consiglio di amministrazione di Cir ha condiviso lo schema generale prospettato, escludendo una propria partecipazione all’aumento di capitale sociale”. La holding ha intanto chiuso il primo trimestre di quest’anno con una perdita netta di 2,6 milioni rispetto all’utile di 6,4 milioni del primo trimestre 2013.

Un rosso dovuto anche all’impatto degli oneri straordinari da ristrutturazione della controllata Sogefi e dai minori proventi finanziari della capogruppo. Quanto a Sorgenia, nel primo trimestre ha visto i ricavi scendere del 25,4% con una perdita netta pari a 14,6 milioni. L’indebitamento finanziario netto della società al 31 marzo è aumentato a 1,85 milioni rispetto agli 1,79 milioni di fine 2013 per effetto dell’aumento del capitale circolante dovuto alla riduzione dei programmi di factoring e cartolarizzazione.

L’effetto-Sorgenia ha dunque pesato sui ricavi della holding Cir che sono scesi del 13,8% a poco meno di 1,1 miliardi mentre l’indebitamento è salito a quota 1,94 miliardi. Per questo il negoziato con le banche va chiuso il prima possibile. Obiettivo: depositare entro luglio il piano di ristrutturazione in bonis della società presso il Tribunale di Milano e poi convocare l’assemblea dei soci per deliberare l’aumento di capitale a servizio della conversione del debito.

Una volta conclusa l’intera operazione, le banche avranno il 98% del gruppo mentre Cir e Verbund resteranno con poco meno del 2%, anche se c’è l’ipotesi che possano mantenere solo i “diritti” sull’identica quota, da far valere in caso di cessione. L’intesa prevede inoltre la concessione di un “earn out” del 10 per cento a Cir e Verbund con durata illimitata. Se cioè le banche in futuro, rimborsato il debito, rivenderanno la società realizzando una plusvalenza al netto dei 400 milioni immessi oggi (e valorizzati al tasso del 10% annuo), i due soci storici parteciperanno alla plusvalenza stessa nella misura del 10 per cento.

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