Siamo un Belpaese per i terroristi. Transiti a tutto spiano e documenti falsi. Serviamo all’Isis, ecco perché non attacca l’Italia

di Stefano Sansonetti
Primo piano

Nella forma è un’analisi geopolitica. Nella sostanza è un’allusione niente male a comportamenti opachi imputati all’intelligence italiana. Proprio mentre l’Italia è senza un Governo, sembra arrivare una staffilata da Foreign Policy, una delle più influenti riviste americane di relazioni internazionali. Al centro della scena la domanda delle domande: perché nel Belpaese non ci sono attentati da parte dell’Isis? Ricostruzioni e testimonianze alla mano, in un articolo del 3 maggio scorso Foreign Policy dà alcune risposte che non saranno sfuggite ai nostri apparti di sicurezza. Si sostiene innanzitutto che l’Italia è sempre stata un punto di transito verso l’Europa occidentale, ed è tutt’ora un’area “laterale” che si ha interesse a mantenere tranquilla. In secondo luogo la penisola viene definita come una delle più grandi fabbriche al mondo di documenti falsi, opportunità ovviamente tenuta in considerazione dai terroristi. Infine il Governo italiano, normalmente bravo nell’individuare soggetti a rischio quando transitano sul suo territorio, “mostra una scarsa attitudine nell’approntare una risposta internazionale coordinata”.

Il punto – Inutile girarci intorno, si tratta di considerazioni che allungano un’ombra. Naturalmente uno dei quesiti sul piatto riguarda la derivazione e la tempistica di queste ricostruzioni. Ma non c’è dubbio che a suscitare una vasta riflessione ci siano proprio i contenuti dell’articolo. La premessa di Foreign Policy prende in considerazione tutti i principali casi di jihadisti che hanno avuto a che fare con l’Italia. Si cita il richiedente asilo del Gambia recentemente arrestato a Napoli dopo la scoperta di un video in cui giurava fedeltà allo Stato islamico. Si riporta il caso di Youssef Zaghba, nato in Marocco ma già residente a Bologna, uno dei tre terroristi responsabili nel 2017 dell’attacco al London Bridge. Ancora, l’articolo fa l’esempio di Anis Amri, il terrorista dietro l’attacco del 2016 al mercato di Natale di Berlino. Cittadino tunisino, Amri era giunto in Italia nel 2011 per poi trascorrere quattro anni in prigione (dove probabilmente si è radicalizzato). Lo stesso, infine, è stato arrestato sempre in Italia, a Sesto San Giovanni. Un altro caso riportato è quello di Ahmed Hannachi, il terrorista che ha accoltellato due giovani donne a Marsiglia nel 2017: anche lui tunisino, ha vissuto in Italia (ad Aprilia) con la moglie dal 2008 al 2014. Contatti con l’Italia ha avuto pure Salah Abdeslam, una delle menti degli attacchi di Parigi del 2015: Foreign Policy ricorda come ottenne documenti falsi a Napoli. Infine viene rammentato il caso di Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, il terrorista che si è scagliato con un furgone sul lungomare di Nizza nel 2016: anche lui aveva visitato più volte l’Italia e qui intratteneva rapporti con vari estremisti. A questo punto la rivista statunitense piazza la domanda: perché in Italia non ci sono attentati, a differenza di Francia, Germania, Spagna, Belgio o Regno Unito? Una possibile risposta è che “gli jihadisti sembrano aver imparato che se le loro attività in Italia non salgono a un livello che fa scattare l’immediato arresto, allora possono usare il Paese per pianificare attacchi all’estero”. Difficile non vederci un’allusione al comportamento degli apparti di sicurezza.

Considerazioni – Un’altra possibile risposta è che “l’Italia non ha un valore così simbolico per i terroristi, perché in realtà non ha una vera politica estera”. Questa considerazione, in particolare, viene riportata come pensiero di Francesco Strazzari, esperto di sicurezza e relazioni internazionali alla Scuola Sant’Anna di Pisa. La cui lettura viene proposta da Foreign Policy anche per l’ultima, e forse più pregnante ragione: “l’Italia è sempre stata un punto di transito dai Paesi arabi all’Europa occidentale. E grazie al crimine organizzato è uno dei più grandi epicentri mondiali per la falsificazione dei documenti”. La conclusione è che l’Italia non è “il fronte di guerra, ma un’area laterale del conflitto”. E il vero punto è che si ha interesse “a tenerla calma”. Un articolo che non mancherà di far discutere.

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