Tre milioni di paghe da fame. In attesa del salario minimo. Per l’Istat il ddl M5S darebbe 1.073 euro in più a 2,9 milioni di lavoratori. Per il Cnel fermerebbe la deriva salariale

di Alessandro Righi
Politica

Se il salario minimo diventasse legge, quasi tre milioni di lavoratori tirerebbero un po’ il fiato. Secondo l’Istat, portando a 9 euro lordi la retribuzione oraria, come punta a fare il ddl che porta la firma della presidente della commissione Lavoro del Senato, Nunzia Catalfo (M5S), 2,9 milioni di buste paga registrerebbero un incremento medio annuo di 1.073 euro.

Ma non è tutto. Stando alle stime dell’Istituto di statistica, illustrate ieri proprio in commissione Lavoro a Palazzo Madama nel corso di un’audizione relativa all’esame del disegno di legge, il provvedimento, che interessa il 21% dei lavoratori dipendenti, produrrebbe un aumento stimato del monte salari complessivo di 3,2 miliardi. Attualmente, i rapporti di lavoro con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi l’ora (circa il 20% del totale) “si concentrano tra gli apprendisti (59,5%) e gli operai (26,2%)”, prevalentemente nelle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (27,1%), del noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (34,3%) e nelle altre attività di servizi (61,6%), tra le donne (23,1%) e tra i giovani sotto i 29 anni (32,6%).

Tuttavia, avverte l’Istat, la soglia minima del salario, deve contemperare due esigenze di segno opposto: “Troppo alto potrebbe scoraggiare la domanda di lavoro o costituire un incentivo al lavoro irregolare”. Al contrario, troppo basso, “potrebbe non garantire condizioni di vita dignitose”. Per questo è necessario coordinare il provvedimento “con altri istituti presenti nel mercato del lavoro, non ultimo il Reddito di cittadinanza”. Senza contare che il salario minimo a 9 euro lordi l’ora determinerebbe “un aggravio di costo” di circa 1,5 milioni di euro per le imprese che, “se non trasferito sui prezzi, porterebbe a una compressione di circa l’1,2% del margine operativo lordo ed allo 0,5% del valore aggiunto”.

Sarà forse per questo che non sorprende la contrarietà di Confindustria al provvedimento. Stupisce decisamente di più la contrarietà dei sindacati che temono possa far saltare la contrattazione collettiva. Un rischio escluso dalla Catalfo: “Semmai è vero il contrario. Il disegno di legge M5S a mia prima firma punta a rafforzarla”.

Un secondo ddl del Pd, a prima firma Mauro Laus, propone invece di fissare a 9 euro netti il salario minimo orario. Ma, a differenza del testo dei 5 Stelle (che chiedono ai dem di convergere sul proprio testo), la misura si applica solo ai settori non regolati dalla contrattazione collettiva. Che, invece, il ddl Catalfo richiama espressamente, prevedendo in via sussidiaria l’incremento automatico della retribuzione se fissata dai contratti al di sotto del minimo legale.

Di certo, come ha osservato il Cnel, il salario minimo “potrebbe arginare la deriva salariale che origina da comportamenti opportunistici di imprese (in caso di mancato rispetto dei minimi tabellari) e di attori poco rappresentativi nel processo negoziale”, come si evince dalla proliferazione di accordi collettivi al ribasso. Il cosiddetto dumping salariale. Anche se fissato a un livello inferiore ai minimi tabellari dei principali contratti, il salario minimo legale “potrebbe garantire una protezione più efficace nei confronti dei bassi salari riducendo le discrezionalità e gli abusi nella determinazione dei livelli retributivi”. Dovrebbe essere usata “cautela” però nei confronti di giovani e apprendisti come già avviene in altri paesi europei.