Vai a capire se il “vaffa” è un insulto. Il galateo del vocabolario ormai lo decidono i giudici. E le parole hanno un peso a seconda del contesto

di Monica Tagliapietra
Cronaca

L’insulto è mio e lo gestisco io. Le parole sono importanti, bisogna trovare quelle giuste, diceva Nanni Moretti nel suo film Paolombella Rossa. Possono fare innamorare, possono essere bolle di sapone oppure pesare come pietre. Tutto dipende da come si dicono e in quale momento. Tanto che improperi, turpiloqui e persino parolacce finiscono spesso nei tribunali sotto il nome di ingiuria, calunnia e diffamazione. Reati che ogni giudice può valutare a suo modo a seconda del contesto in cui vengono detti. Sono tantissime le sentenze per insulti e offese finite sul tavolo della Cassazione. E ormai il galateo del vocabolario lo fanno i giudici.

Il problema è tutto qui, visto che la linea fra il disprezzo e un semplice intercalare liberatorio è a volte troppo sottile e non si capisce bene quale sia il confine da non oltrepassare, perché i verdetti, a volte contraddittori, rischiano di creare confusione. Ad esempio, sgridare un allievo, apostrofandolo come “marocchino di m…”, come è successo qualche giorno fa in una scuola di Torino, non è un reato. È certamente un insulto, e per giunta a sfondo razziale. Ma non per questo è perseguibile penalmente. Lo ha deciso un gip torinese che ha prosciolto il docente perché le offese rivolte al suo studente sono state sporadiche, isolate e non hanno provocato alcun danno a chi le ha subite.

A chiedere il rinvio a giudizio del professore, però, era stato un pm che la pensava in tutt’altra maniera, tanto da accusare il prof di abuso dei mezzi di correzione con l’aggravante della discriminazione. Per molto meno il senatore Roberto Calderoli è stato condannato a 18 mesi dal Tribunale di Bergamo con l’accusa di diffamazione, con l’aggravante dell’odio razziale. Nel 2013 il leghista nel corso della festa del Partito, definì “orango” l’allora ministro delle Pari opportunità Cecile Kyenge. Non si può neppure più denunciare un professore che offende un alunno e gli dice frasi ingiuriose come “sei un deficiente” o “stupido”, per i giudici non è un’offesa.

E ancora: per la Cassazione non è reato dare del falso e del bugiardo a un sindaco se non ha mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, ma può diventare pericolosissimo se viene detto ad un collega perché in quel caso è ingiuria. Se però le offese arrivano attraverso i Social non sono reato. Perché le frasi denigratorie in quel caso hanno scarsa credibilità, dunque non ledono la reputazione altrui, ha sentenziato il Tribunale di Roma.

E persino il “vaffa” ora ci mette in difficoltà, perché se per la Cassazione significa “non infastidirmi”, quindi si può dire impunemente, questa espressione va condannata perché è indice di disprezzo” sempre secondo la Suprema Corte che si è pronunciata diversamente in un altro procedimento. Ma a chi non è mai capitato una volta nella vita di usare espressioni sgardevoli? Ci vorrebbe un manuale che educhi a non valicare quella sottile frontiera per salvare la propria incolumità. Allora, nel dubbio, per reagire ad un torto ricevuto, anziché mandare a “quel paese” qualcuno, per evitare controversie superflue meglio dire “non infastidirmi”.