Vendita di armi ai Paesi a rischio. Il grande business non si ferma. Via libera a due accordi con Ciad e Turkmenistan. Affari garantiti alle “società private autorizzate”

di Clemente Pistilli
Cronaca
GENTILONI PINOTTI

Non ci sono critiche né dubbi. Quando si tratta di vendere armi sono tutti d’accordo. Governi di segno opposto seguono la stessa linea. Partiti che si trovano agli antipodi anche sulle quisquilie finiscono allineati e compatti. E che gli armamenti finiscano in Paesi estremamente instabili, dove c’è un concetto di democrazia labilissimo, non crea mai imbarazzi. Un trend che sembra essere ora confermato dall’esame in corso in Commissione bilancio alla Camera della ratifica degli accordi tra il Governo italiano, quello della Repubblica del Ciad e quello del Turkmenistan sulla cooperazione nel settore della difesa.

EREDITA’ BLINDATA. Quei due accordi sono stati siglati nel 2017 dal Governo di Paolo Gentiloni e più nello specifico dall’allora ministro della difesa dem Roberta Pinotti. Intese per promuovere la cooperazione tra l’Italia e lo Stato dell’Africa centrale da una parte e con l’ex satellite sovietico dall’altra. Difficile pensare che Roma abbia necessità di aiuti nella formazione delle forze armate o nella logistica da un poverissimo Paese africano o da un Paese dell’Asia dove dopo l’addio all’Urss i cittadini hanno sofferto una dittatura simile a quella nordcoreana. Vedendo meglio il testo degli accordi, l’interesse italiano, o meglio quello delle lobby delle armi, diventa però più chiaro, visto che viene specificato che simili atti bilaterali mirano anche “a indurre positivi effetti indiretti in alcuni settori produttivi e commerciali dei due Paesi”.

Aiutano in pratica i produttori di armi italiani che vogliono vendere e rappresentano la gioia della controparte estera che, vista anche la situazione di determinate aree, ha sempre fame di armi. L’eredità del Governo Gentiloni è stata così accolta di buon grado dai gialloverdi del Conte 1, con la legge per ratificare l’accordo presentata dagli allora ministri degli esteri e della difesa, Enzo Moavero Milanesi ed Elisabetta Trenta, di concerto con i colleghi della giustizia e dell’economia, Alfonso Bonafede e Giovanni Tria. Stesso entusiasmo nelle commissioni parlamentari, che hanno espresso tutte parere favorevole, con la discussione ora in corso solo su un insignificante emendamento. E avanti con quell’accordo con l’attuale Governo giallorosso.

IL NODO. Il cuore di quegli accordi appare rintracciabile nella cooperazione nel campo dell’industria e della difesa, per gli acquisti di navi, aerei, elicotteri, carri armati, armamenti medi e di grosso calibro, polveri, esplosivi e propellenti. Viene infatti evidenziato che “il reciproco approvvigionamento” di tali materiali “potrà avvenire con operazioni dirette tra le parti oppure tramite società private autorizzate dai rispettivi Governi”. Ed escludendo che sarà l’Italia ad acquistare armamenti dal Ciad o dal Turkmenistan, sembra evidente chi venderà armi e chi le acquisterà.

Via libera dunque all’export di armamenti in Ciad, dal 1990 in mano al presidente Idriss Dédy, salito al potere con un colpo di Stato, che ha anche bloccato i social considerandoli “un pericolo per la sicurezza”. E in Turkmenistan, dove il presidente Gurbanguly Berdimuhamedow si fa chiamare il protettore, e in suo onore nella capitale è stata eretta una statua d’oro alta sei metri. Gli stessi Paesi che la stessa Farnesina sponsor degli accordi invita per il Ciad, se fermati dalla polizia, a “mostrarsi cortesi e concilianti”, e per il Turkmenistan a dotarsi di una guida per affrontare i controlli.

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