Il governo li chiama Paesi sicuri, ma per i migranti sono l’inferno

Il 65% dei torturati non fugge dal proprio Paese, ma dalla rotta migratoria. Spesso proprio da Paesi che lโ€™Italia dichiara โ€œsicuriโ€

Il governo li chiama Paesi sicuri, ma per i migranti sono l’inferno

Non ci sono scorciatoie, non sono possibili semplificazioni. Nel 2023, il 65% delle vittime di tortura seguite dalla Rete di Supporto per le Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST) non ha subito violenze nel Paese dโ€™origine, ma durante il percorso migratorio. Spesso nei Paesi considerati โ€œsicuriโ€ dalle autoritร  italiane ed europee. รˆ la fotografia impietosa del primo report annuale di ReSST, rete nata nel dicembre 2024 dalla collaborazione tra Caritas, MSF, MEDU, CIAC, NAGA e altri soggetti impegnati nellโ€™assistenza a migranti sopravvissuti a trattamenti inumani e degradanti.

Dei 2.618 casi analizzati, solo il 35% ha subito torture nel proprio Paese. Per tutti gli altri, il dolore รจ cominciato dopo la partenza: lungo rotte che attraversano Libia, Tunisia, Turchia, Marocco, Egitto, Guinea. Con alcuni di questi Stati, lโ€™Italia continua a siglare intese per rimpatri, trattenimenti e respingimenti, invocandone la โ€œsicurezzaโ€ normativa. Una contraddizione insanabile, che mina alla base lโ€™intero sistema delle โ€œliste dei Paesi sicuriโ€, costruite per ridurre il riconoscimento della protezione internazionale e velocizzare le espulsioni.

Torture di Stato e violenze diffuse

A infliggere le torture non sono solo trafficanti o bande criminali. Secondo i dati raccolti, il 28% delle violenze รจ opera di pubblici ufficiali. Significa poliziotti, soldati, guardie carcerarie. Lo stesso Stato che dovrebbe garantire diritti รจ spesso lโ€™agente della tortura. E tra le vittime prese in carico dalla rete, il 43% necessita di supporto psicologico specialistico; il 77% vive in condizione di precarietร  abitativa e legale. Le violenze documentate โ€“ fisiche e psichiche in egual misura โ€“ comprendono colpi, ustioni, minacce, isolamento prolungato, abusi sessuali. Le motivazioni principali che spingono alla fuga restano economiche (51%), ma i dati raccolti mostrano chiaramente che la povertร  estrema รจ a sua volta un potente fattore di rischio per subire violenza sistemica.

I dati clinici contro la propaganda dei rimpatri

Lโ€™Italia, intanto, continua a promuovere accordi di โ€œcooperazioneโ€, stringendo la mano a governi responsabili di abusi sistemici. Lo ha fatto con la Tunisia, firmando intese per il contenimento dei flussi, mentre i centri di detenzione nel Paese venivano denunciati per maltrattamenti e deportazioni collettive. Lo fa con lโ€™Egitto, da cui arrivano richieste di rimpatrio verso oppositori politici rifugiati. Lo fa con il Sudan e la Libia, teatri di abusi documentati da decine di rapporti internazionali.

Eppure, nonostante le evidenze cliniche, le liste dei Paesi sicuri restano il pilastro delle nuove politiche sullโ€™asilo. In contrasto non solo con il buonsenso, ma anche con lโ€™articolo 3 della Convenzione di Ginevra, secondo cui ยซnessuno Stato puรฒ espellere o respingere un rifugiato verso un Paese in cui la sua vita o la sua libertร  sarebbero minacciateยป. Il report ReSST dimostra che la minaccia รจ concreta. Ma viene sistematicamente ignorata.

Non basta curare, serve proteggere

Nel 2024, le otto organizzazioni della rete hanno fornito oltre 14.000 prestazioni sanitarie: consulti psicologici (43%), visite mediche generali (34,2%), supporto legale e sociale. Ma il lavoro clinico, per quanto fondamentale, non basta a restituire dignitร  e sicurezza a chi รจ sopravvissuto alla tortura. Serve, come scrive ReSST, ยซricostruire fiducia, ascoltando senza giudizio, garantendo percorsi individuali di tutelaยป.

Questo significa, sul piano politico, smettere di trattare la sofferenza come un effetto collaterale del controllo migratorio. Significa superare lโ€™idea che la sicurezza di uno Stato coincida con la disponibilitร  a trattenere migranti nei propri confini, a qualunque costo. Significa, soprattutto, riconoscere che la tortura non รจ unโ€™eccezione remota, ma una realtร  sistemica e prossima, prodotta da scelte precise. Compresa la nostra.

Per questo la rete chiede allโ€™Italia di abbandonare la logica dei โ€œPaesi sicuriโ€ e tornare al principio della valutazione individuale, unica via per garantire il rispetto del diritto internazionale e, piรน semplicemente, dellโ€™umanitร . Perchรฉ ogni corpo torturato racconta una storia. E ogni storia, se ignorata, diventa complicitร . Anche se viene negata ad oltranza.