Italia divisa sulla sede dell’Agenzia doganale Ue: la maggioranza si spacca sulla candidatura di Roma

La scelta di Roma per ospitare l’Agenzia doganale Ue apre una frattura nella maggioranza e isola il Nord produttivo

Italia divisa sulla sede dell’Agenzia doganale Ue: la maggioranza si spacca sulla candidatura di Roma

L’Italia arriva divisa anche alla candidatura per la nuova Autorità doganale dell’Unione europea. E la spaccatura pesa come un segnale politico. La sede dell’agenzia che dal 2026 dovrà governare la riforma dei confini commerciali europei diventa così l’ennesimo terreno su cui la maggioranza espone le proprie crepe.

Cos’è l’Autorità doganale europea e perché conta

L’Autorità doganale dell’Unione europea, in sigla Euca, nasce dal pacchetto di riforma presentato dalla Commissione per superare il sistema attuale: un codice unico applicato da 27 amministrazioni nazionali diverse, con controlli disomogenei, banche dati separate e falle strutturali sfruttate da frodi, sottovalutazioni e traffici illeciti.
L’Euca avrà il compito di coordinare le dogane nazionali e di gestire il nuovo Eu Customs Data Hub, una piattaforma centrale che analizzerà in tempo reale i dati delle importazioni, soprattutto quelle legate all’e-commerce. Il passaggio chiave è politico ma soprattutto operativo: dalle dichiarazioni cartacee ai dati delle piattaforme digitali, dalle verifiche ex post a un controllo preventivo basato su algoritmi di rischio.

La decisione sulla sede è attesa nei primi mesi del 2026. Il bando coinvolge nove città europee. In corsa ci sono Liegi, Lilla, L’Aia, Roma, Malaga, Varsavia, Bucarest, Zagabria e Porto. La competizione è ovviamente geopolitica prima che immobiliare. Liegi si presenta come grande hub del cargo europeo, ma porta con sé le ombre delle inchieste su frodi doganali e sulla presenza della logistica cinese. Lilla è sostenuta apertamente dalla Francia e punta sulla vicinanza a Bruxelles. L’Aia gioca la carta della sinergia con Europol ed Eurojust. Le capitali dell’Est rivendicano riequilibrio geografico e sicurezza dei confini orientali.

La scelta di Roma e l’esclusione di Milano

L’Italia ha scelto Roma. Una scelta fortemente voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e sostenuta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, l’ente che oggi gestisce i controlli doganali italiani. L’argomento è questo: Roma come baricentro mediterraneo della sicurezza economica europea, sede delle strutture centrali dello Stato, della Guardia di finanza e dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Un messaggio di accentramento istituzionale che punta a rafforzare il ruolo della Capitale nel sistema europeo.

L’esclusione di Milano però apre la faglia politica. Milano è il principale nodo logistico e finanziario del Paese, porta naturale dei flussi commerciali con il Nord Europa, sede della Borsa e di gran parte delle grandi piattaforme della logistica. La spiegazione ufficiale del governo parla di assenza di immobili idonei nei tempi richiesti dal bando. Una motivazione che convince poco nei territori del Nord, dove la decisione viene letta come una scelta politica e simbolica, che ridimensiona il ruolo della città come capitale economica europea d’Italia.

Le crepe nella maggioranza e il dissenso della logistica

È qui che la maggioranza si incrina. La Lega, che ha costruito la propria identità sul rapporto con il Nord produttivo e sull’autonomia differenziata, sostiene formalmente la candidatura romana ma fatica a difenderla sul piano politico. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si allinea alla linea dell’esecutivo a Bruxelles, mentre gli amministratori locali e il mondo imprenditoriale del Nord registrano la perdita di un’occasione strategica.

Così le tensioni escono dai palazzi e arrivano alle associazioni di settore. Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, ha criticato apertamente il modo in cui l’Italia sta recependo la riforma doganale europea. Secondo Confetra, il nuovo quadro normativo rischia di trasferire sulle imprese responsabilità penali e oneri amministrativi sproporzionati, soprattutto per le piccole e medie aziende, con l’effetto di rendere meno competitivo il sistema logistico nazionale.

La candidatura di Roma corre quindi su un doppio binario. All’esterno propone l’Italia come attore centrale nella nuova architettura doganale dell’Unione. All’interno mostra un Paese che fatica a presentarsi coeso quando si tratta di distribuire potere, funzioni e benefici. La sede dell’Euca non è solo un edificio. È una prova politica. Ed è su questo terreno che l’Italia, oggi, arriva spaccata.