Stipendi, il rinnovo dei contratti fa flop e le retribuzioni crescono a rilento

La crescita delle retribuzioni nel 2025 è minima e il recupero dell'inflazione è solo "parziale". Pesano i contratti scaduti.

Stipendi, il rinnovo dei contratti fa flop e le retribuzioni crescono a rilento

Un recupero solo “parziale” del potere d’acquisto. La crescita minima delle retribuzioni contrattuali è tutt’altro che sufficiente per compensare l’inflazione record degli ultimi anni e i dati di cui tanto si vanta la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sono invece una doccia gelata per la propaganda delle destre. A testimoniarlo è l’Istat: le retribuzioni contrattuali, nel 2025, crescono solamente del 3,1%, senza nessuna accelerazione rispetto all’anno precedente (l’aumento è lo stesso). Così, scrive l’istituto di statistica, “per il secondo anno consecutivo si realizza un parziale recupero rispetto all’inflazione”, ferma all’1,7%. In più resta l’allarme riguardante i tantissimi contratti scaduti e non ancora rinnovati: 5,5 milioni di lavoratori hanno infatti contratti scaduti.

Le retribuzioni crescono a rilento

Per quanto riguarda le retribuzioni, la crescita è maggiore nel settore privato (+3,2%) nonostante la netta decelerazione degli ultimi due trimestri: entrambi al +2,5% contro il 4,5% del primo e il 3,3% del secondo trimestre. Più a rilento va la pubblica amministrazione, con una crescita del 2,7% che dimostra come lo stesso Stato sia indietro rispetto alla contrattazione collettiva, pur continuando a dare alle trattative un ruolo primario, tanto da utilizzarle come pretesto per accantonare il salario minimo. Per quanto riguarda i singoli settori, la crescita maggiore riguarda l’agricolo (+5%), l’industria (+3,4%) e i servizi privati (+3%).

Nella pa, gli aumenti più elevati riguardano ministeri (+7,2%), forze armate (+6,9%) e vigili del fuoco (+6,8%). Nessun aumento, invece, per farmacie private e telecomunicazioni. Il dato di dicembre mostra invece un indice mensile delle retribuzioni orarie in aumento soltanto dello 0,2% rispetto a novembre e del 2,9% rispetto a dicembre 2024. L’aumento del 2025 viene definito “irrisorio e inadeguato” da Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, con una crescita “ben inferiore all’inflazione”. “Incredibile – aggiunge – che a dare il cattivo esempio sia proprio la pubblica amministrazione”, che registra incrementi più bassi del settore privato.

Il flop della contrattazione collettiva

Il problema principale riguarda comunque la contrattazione collettiva, che non tiene il ritmo dell’inflazione. Alla fine di dicembre, infatti, sono solo 48 i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica, riguardanti circa 7,6 milioni di lavoratori, ovvero il 57,8% dei dipendenti. Questo vuol dire che quasi la metà dei lavoratori aderisce a contratti scaduti. I contratti in attesa di rinnovo sono 27 e coinvolgono 5,5 milioni di dipendenti, di cui 2,7 del settore privato e 2,8 della Pa.

Il tempo medio di attesa di rinnovo è leggermente sceso dai 19,7 mesi del gennaio 2025 ai 18,9 mesi di dicembre. Il problema è che i contratti rinnovati sono il 73,8% nel privato e zero nella pubblica amministrazione. Nella Pa, infatti, tutti i contratti sono scaduti. Peccato che lo stesso governo che dovrebbe rinnovarli continui a boicottare il salario minimo sostenendo che la contrattazione collettiva è l’unica via per aumentare le retribuzioni.