La Sveglia

A Gaza si contano i corpi mentre i riflettori si spostano in Iran

A Gaza, nelle ultime ventiquattro ore, conta altro. Contano i corpi che tornano, le corsie che si riempiono, i cieli che restano attivi.

Al complesso medico di Al-Shifa arrivano 54 corpi e 66 casse con resti umani e organi. Il trasferimento avviene tramite il Comitato internazionale della Croce Rossa, lo conferma il ministero della Salute di Gaza. È una consegna amministrativa, dicono. In realtà è una scena: camion, bare numerate, personale sanitario che ricomincia a contare. Al-Shifa resta insieme obitorio e pronto soccorso, simbolo di una tregua che non si deposita mai del tutto sul terreno.

A ovest di Gaza City, nel campo profughi di Al-Shati, un bombardamento colpisce un gruppo di civili. Un morto, diversi feriti. Le immagini circolano prima dei dettagli, come sempre. Le agenzie parlano di raid mirati, di operazioni “in risposta” al ferimento di un soldato israeliano lungo la Linea Gialla. La geografia è quella già vista, la dinamica pure: un episodio militare, una rappresaglia, vittime civili che entrano nel bilancio quotidiano.

Rafah resta il punto cieco. La Mezzaluna Rossa palestinese segnala evacuazioni mediche sospese, Israele replica che il valico è operativo e che mancano i dettagli di coordinamento richiesti all’Oms. La burocrazia diventa confine. Pazienti in attesa, accompagnatori bloccati, responsabilità che si rincorrono mentre il tempo clinico scorre in una sola direzione.

Sul fronte israeliano il gabinetto politico-di sicurezza anticipa una riunione straordinaria. Sul tavolo c’è l’Iran, i colloqui annunciati in Oman, il timore che l’intesa salti. Gaza resta dentro questo perimetro più largo, compressa tra dossier regionali che ne oscurano il peso umano.

Alla fine della giornata il conto è semplice e crudele. Al-Shifa riceve corpi e feriti nello stesso giro di ore. La tregua continua a vivere nei comunicati. A Gaza, ancora una volta, resta una parola senza riparo.