Con i sondaggi che danno quasi per fatta la rimonta del No al referendum sulla riforma che demolisce il Consiglio superiore della magistratura, non stupisce più di tanto il nervosismo che, da giorni, attanaglia il governo e la premier Meloni in particolare.
Che non perdono occasione di strumentalizzare la qualunque pur di attaccare i magistrati, giustificare la stretta autoritaria dell’ennesimo pacchetto sicurezza, coprire i disastri della televisione pubblica (e del management da loro selezionato) insieme alla valanga di dati economici che, con cadenza ormai quasi quotidiana, smentiscono i decantati successi delle politiche sovraniste.
I primi segnali di tensione si erano avuti domenica scorsa, quando la presidente del Consiglio aveva sparato a zero sui “nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo”. Un’equivalenza che ricorda tanto i nemici del popolo di staliniana memoria. Anche se a fare il giro del mondo è stata più che altro l’imbarazzante telecronaca della cerimonia d’inaugurazione dei Giochi, affidata al direttore di RaiSport, Petrecca, entrato a pieno titolo nel palmares dei record olimpici con una serie micidiale di gaffe che ha scatenato la protesta della redazione (ritiro delle firme e tre giorni di sciopero a Giochi finiti).
In compenso la premier ha pensato bene di alzare la voce per difendere il comico Pucci che, vittima di un singolare caso di auto-censura, ha deciso di rinunciare dopo la pioggia di critiche e insulti alla co-conduzione della terza serata di Sanremo. Sempre meglio, per Meloni, che parlare della stroncatura del pacchetto sicurezza da parte dell’ex capo della Polizia, Gabrielli, che lo ha definito “propaganda securitaria a finanza zero”. O delle 429 imprese italiane passate nell’ultimo anno in mani straniere.
Giorni difficili, insomma, per il governo. Che ieri ha dovuto incassare pure il catastrofico dato di Transparency International: l’indice di percezione della corruzione in Italia perde un altro punto (da 54 a 53), sebbene confermando la 52esima posizione (su 182). Tra le cause l’abolizione dell’abuso d’ufficio vergato da Nordio. Con la stessa mano con cui ha scritto la riforma della Giustizia che il 22 e il 23 marzo potremo fermare votando NO al referendum.