Il 19 marzo Parigi, Londra, Berlino, Roma, l’Aja più Tokyo avevano firmato un comunicato congiunto in cui si dicevano pronti a contribuire alle iniziative volte a garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz. Adesso quel gruppo di volenterosi è cresciuto. Sono oltre 40 i Paesi di tutto il mondo che hanno aderito all’iniziativa lanciata dal Regno Unito per coordinare gli sforzi collettivi in vista della riapertura dello Stretto.
Non riescono a dare la colpa a Trump. Oltre 40 Paesi su Hormuz condannano solo l’Iran
Del gruppo fa parte anche l’Italia, rappresentata al vertice in videocollegamento dal ministro Antonio Tajani, che aveva già aderito al nucleo fondatore sempre promosso da Londra a marzo scorso, come abbiamo ricordato prima, e che secondo il Financial Times era nato in seguito a un ultimatum diretto dell’amministrazione di Donald Trump, che avrebbe minacciato gli alleati di uno stop del sostegno Usa alle forniture di armi all’Ucraina in assenza di un loro maggior impegno sul dossier di Hormuz.
I paletti dei volenterosi: cessate il fuoco e placet dell’Onu
La riunione di ieri rappresenta nelle indicazioni della ministra degli Esteri britannica, Yvette Cooper, un passo in avanti nella definizione dei preparativi di una qualche missione futura; che resta tuttavia legata alla premessa di un cessate il fuoco prioritario e di un placet dell’Onu. Cooper, a nome del governo di Keir Starmer, ha cercato in ogni caso di alzare i toni, quasi a voler venire incontro alle pressioni americane, sottolineando il coinvolgimento nella riunione odierna di una vasta “alleanza” di Paesi che va dal Canada all’Australia, dai partner arabi del Golfo al Giappone e alla Corea del Sud, oltre che a diversi membri europei della Nato.
La colpa sarebbe solo dell’Iran
Ha inoltre puntato il dito contro la reazione iraniana agli attacchi di Usa e Israele, accusando Teheran di aver “messo sotto sequestro una rotta vitale per la navigazione commerciale, prendendo in ostaggio l’economia globale”. Strategia che nelle parole della titolare del Foreign Office mira a “colpire Paesi come il Kuwait, il Bahrein, il Qatar, gli Emirati, l’Arabia Saudita, l’Oman o l’Iraq”, ma minaccia pure “le forniture a di gas naturale verso l’Asia in generale, di fertilizzanti verso l’Africa e di carburante aereo nel mondo intero”. Cooper ha evocato “ogni possibile misura diplomatica ed economica coordinata” per ottenere la riapertura dello Stretto, attribuendo la responsabilità della situazione attuale, dunque, solo a Teheran.
Macron contro l’uso della forza militare
Il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, però, resta contrario a un’operazione militare per “liberare” lo Stretto: “Sarebbe irrealistica”, dice da Seul, in Corea del Sud, dove si trova in visita ufficiale. Le cancellerie in Europa restano comunque a lavoro per studiare una soluzione. In mattinata la premier, Giorgia Meloni, e il primo ministro della Gran Bretagna si sono sentiti al telefono per fare un punto sulla situazione. I due leader, hanno fatto sapere da Downing Street, “concordano sull’urgente necessità di una de-escalation” e sottolineano “l’importanza di riaprire lo Stretto per ripristinare la libertà di navigazione, rilevando il significativo impatto che l’attuale interruzione sta avendo sul trasporto marittimo globale, con conseguente aumento dei costi in tutto il mondo”.
Tajani: necessario mandato Onu
Tajani ha ribadito che l’Italia sostiene un percorso attraverso le Nazioni Unite quale unico vero possibile percorso per azioni sulla libertà di navigazione a Hormuz. Il vicepremier ha sostenuto, assieme a colleghi come il ministro olandese e la viceministra degli Emirati, la necessità di un percorso con l’Onu per creare al più presto un “corridoio umanitario” innanzitutto per i fertilizzanti e per tutto quanto servirà ad evitare un nuova crisi alimentare innanzitutto nelle nazioni africane.
Il canale rimane quello politico e diplomatico
Cooper ha riferito che a questa prima riunione seguiranno colloqui tecnici di pianificazione logistica fra responsabili militari dei Paesi coinvolti per programmare un futuro pattugliamento della “libera navigazione” di merci attraverso lo stretto, dopo un cessate il fuoco. Per l’immediato, il percorso individuato resta invece quello politico e diplomatico, puntando alla de-escalation e facendo pressione su Teheran, anche attraverso nuove sanzioni economiche, evocate nel corso della riunione. La necessità infatti è di accelerare e di farlo senza gli Stati Uniti, che su Hormuz hanno di fatto scaricato gli alleati.