Lavoro povero, nel terziario uno su due è sotto la soglia

Il Focus Filcams Cgil: nel terziario un occupato su due è sotto la soglia di povertà, nel turismo il 71%. E le donne ancora di più.

Lavoro povero, nel terziario uno su due è sotto la soglia

Ogni estate gli imprenditori del turismo recitano la stessa parte: mancano i camerieri, mancano i cuochi, mancano i bagnini. Il dato in effetti regge. Secondo il Bollettino Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, a maggio 2026 resta difficile reperire il 42,9% dei profili cercati dalle imprese, e nella ristorazione la quota tocca il 51,6%. Poi arriva uno studio e spiega il perché senza troppi misteri.

È il Focus sul lavoro povero del Centro studi Filcams Cgil, un’elaborazione su dati Inps di oltre 6 milioni di lavoratrici e lavoratori del terziario. Il 47,51% porta a casa meno di 13.950 euro l’anno, poco più di mille euro al mese: è la soglia di povertà salariale, il 60% della retribuzione mediana, che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane. Quasi un occupato su due, nei settori che da soli trainano la gran parte delle assunzioni italiane.

Il turismo in fondo alla classifica

Il quadro si fa più nero proprio lì dove gli imprenditori giurano che la manodopera è introvabile. Nel turismo il 71,22% resta sotto la soglia, e al Sud e nelle Isole la quota supera l’80%: quattro lavoratori su cinque. Seguono i servizi, dove pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva spingono l’incidenza oltre il 50% anche tra chi lavora con continuità. Il terziario in senso stretto si ferma sopra il 30%.

Poi c’è il capitolo che il Focus chiama doppio svantaggio. Le donne sotto la soglia sono di più e guadagnano meno: nel campione ampio l’incidenza femminile arriva al 52,93% contro il 40,92% degli uomini, e nei servizi il divario sfiora i venti punti, con il 56,75% delle lavoratrici in povertà salariale. Sono i comparti del lavoro di cura esternalizzato, del part-time involontario, degli appalti al ribasso, delle notti e dei fine settimana. Lo studio mette una faccia sui numeri: Anna, cassiera con un contratto part-time da venti ore, che fatica perfino a fissare una visita medica perché i turni cambiano di settimana in settimana.

Spesso sono donne avanti con gli anni, che incastrano un part-time dietro l’altro per arrivare a un numero di ore decente, e che a casa reggono anche il lavoro di cura della famiglia, in assenza quasi totale di servizi pubblici. «Il part-time involontario è ormai una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante», dice il segretario generale della Filcams Fabrizio Russo. Ai divari di genere si somma quello territoriale: nel Mezzogiorno il lavoro povero sfiora il 60% e coinvolge quasi due lavoratori su tre, contro il 30% abbondante del Nord-Ovest. Geografia e genere si sommano, e il conto lo paga sempre la stessa metà del cielo.

Il decreto che gira intorno

Il governo, intanto, ha celebrato la festa dei lavoratori con il consueto decreto del primo maggio, il decreto-legge 30 aprile 2026 numero 62: quasi 934 milioni di euro di sgravi alle imprese che applicano il cosiddetto “salario giusto”, agganciato ai contratti nazionali invece che a un minimo orario per legge, da sempre osteggiato a destra. Soldi alle aziende, per spingerle ad assumere. Maurizio Landini della Cgil lo ha liquidato in una battuta da La7: «I lavoratori non prendono un euro», visto che un’impresa assume quando ha lavoro e lo sgravio c’entra poco. Russo va oltre il singolo provvedimento: il Parlamento ha smesso di discutere di salari, la catena di decreti ha azzerato il confronto democratico e prova a condizionare in peggio pure la contrattazione.

Resta quello il primo argine, il rinnovo dei contratti nazionali, e il tavolo per il terziario distributivo e i servizi si apre nel 2027. Intanto la scena di giugno è la stessa di ogni anno: gli imprenditori che cercano personale e un occupato su due pagato sotto la soglia di povertà salariale. Il copione lo scrivono loro, e le buste paga pure.