Non è più soltanto una questione di palinsesti, di ascolti, di puntate tagliate o budget dimezzati. Lo scontro tra la Rai e Sigfrido Ranucci è arrivato a un punto che le opposizioni definiscono “gravissimo”: il rifiuto dell’azienda di garantire la tutela legale al conduttore di Report.
La vicenda nasce dalla causa milionaria intentata da Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani per alcune affermazioni pronunciate da Ranucci durante una puntata di “È sempre Cartabianca”, su Rete 4. “Una nostra fonte avrebbe visto il Ministro della Giustizia Nordio, a casa di Cipriani in Uruguay. Stiamo verificando”, aveva detto, salvo poi scusarsi. Scuse che però la coppia Cipriani-Minetti non ha accettato e, anzi, ha colto la palla al balzo per querelare il conduttore (e il Fatto Quotidiano).
Due giorni fa Ranucci ha appreso che Viale Mazzini non intende fornire la malleva, con la motivazione che quelle parole sarebbero state pronunciate fuori dall’esercizio delle funzioni di giornalista e dirigente Rai e quindi non rientrerebbero tra i casi coperti dalla tutela prevista dal contratto aziendale.
La lettera di fuoco di Ranucci al Cda
Una ricostruzione che il giornalista ha respinto con forza in una mail inviata al Cda Rai, nella quale ha ricordato che quelle dichiarazioni erano strettamente collegate al lavoro svolto per Report. “I fatti che mi vengono contestati, pur detti in altra emittente, sono stati riportati nella mia funzione di conduttore di Report […]. In tale funzione avrei diritto come dice chiaramente il contratto, io e i miei eredi, alla tutela legale”, scrive.
“Non sono abituato a implorare”
Quindi il passaggio più duro: “Non sono abituato a ‘implorare’ e mi difenderò da solo. Tuttavia, in qualità di dipendente e dirigente Rai credo di avere diritto alle motivazioni che hanno portato alla decisione di non tutelare me e la mia famiglia”.
Parole che hanno immediatamente trasformato una disputa amministrativa in un caso politico. Ieri il conduttore, intervistato dall’Adnkronos, ha allargato il discorso allo stato di salute del servizio pubblico.
E, parlando del possibile addio di Federica Sciarelli a Chi l’ha visto?, ha lasciato intendere tutta la sua preoccupazione per la direzione intrapresa dall’Azienda pubblica. Ranucci ha spiegato che sostituire una figura come Sciarelli non sarà affatto semplice e che il rischio è perdere un patrimonio costruito in decenni di credibilità e rapporto con il pubblico. Un ragionamento che molti hanno letto come l’ennesimo allarme sul progressivo svuotamento di Rai 3.
Lo smantellamento di Rai3
Del resto il quadro è sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi mesi la rete ha perso o ridimensionato molti dei suoi volti più autorevoli. Stefano Massini è uscito dai palinsesti, Gianrico Carofiglio è a forte rischio taglio e il futuro di Stefano Bollani resta avvolto nell’incertezza. E ora anche la successione di Sciarelli appare un rebus che i vertici Rai sembrano incapaci di risolvere.
E, in questo contesto il caso Ranucci assume inevitabilmente un significato più ampio. Per Pd, Movimento 5 Stelle e Avs il rifiuto della tutela legale rappresenta infatti l’ennesimo tassello di una strategia che punta a indebolire il giornalismo d’inchiesta e le voci considerate meno allineate.
Le opposizioni parlano apertamente di intimidazione indiretta e annunciano battaglia in Commissione di Vigilanza. La Rai, invece, respinge ogni accusa e sostiene che la decisione sia stata assunta esclusivamente sulla base delle norme interne e delle valutazioni tecniche degli uffici competenti.
Il messaggio dei vertici di TeleMeloni ai giornalisti Rai
Ma ormai il punto non riguarda soltanto una causa civile. Riguarda il messaggio che arriva a tutte le redazioni. Se il volto simbolo del giornalismo investigativo della Rai deve difendersi da solo per dichiarazioni che rivendica come parte del proprio lavoro professionale, molti si chiedono quale protezione possa aspettarsi chi ha meno notorietà e meno forza contrattuale. Se persino Ranucci resta senza scudo, chi sarà il prossimo…?