Fondi Safe, l’Italia scende a 8,9 miliardi per le armi

Prenotazione, piano di investimenti e clausola di salvaguardia: le decisioni sul riarmo italiano arrivano a Bruxelles, mai in Aula

Fondi Safe, l’Italia scende a 8,9 miliardi per le armi

«ReArm Europe è un nome fuorviante per i cittadini», disse Giorgia Meloni al Senato il 18 marzo 2025, e quel pomeriggio la risoluzione della maggioranza passò con 109 voti evitando ogni riferimento esplicito al piano ReArm. Ieri il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha comunicato che l’Italia userà “una larga maggioranza” dei 14,9 miliardi assegnati con il programma SAFE, la linea di credito europea da 150 miliardi per le armi. In mezzo ci sono diciassette mesi e una fila di rassicurazioni che oggi stanno in piedi male.

Spese militari, le carte che nessuno doveva vedere

Guardate la cronologia con calma. Il 5 agosto 2025, mostrano i documenti ottenuti da Lavialibera, Roma comunicava a Bruxelles i quattro delegati italiani nel gruppo incaricato di far funzionare lo strumento, il 9 settembre la Commissione assegnava all’Italia 14,9 miliardi su una quota concordata col governo, ed entro il 30 novembre il piano nazionale di investimenti in armamenti era già depositato con l’Italia fra i 19 Stati che l’avevano consegnato. Nessuna esitazione.

A gennaio 2026 quel piano incassava il via libera europeo e lo stesso mese, il 23, il ministero della Difesa negava a Lavialibera di consultarlo per evitare “un pregiudizio concreto alla tutela degli interessi pubblici”, che è poi la prova della sua esistenza: il documento c’era, scritto nero su bianco esattamente mentre i ministri ripetevano che nulla era stato deciso.

La scelta puramente tecnica

Il 28 luglio Antonio Tajani ha annunciato in audizione la richiesta da 14,9 miliardi, e poche ore dopo ha derubricato tutto a “tempesta in un bicchier d’acqua” promettendo che se ne sarebbe usato meno. Nella stessa seduta Guido Crosetto spiegava che il programma è “uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio”, un'”alternativa ai BoT” da pesare sulla convenienza finanziaria, e quantificava a braccio fra cinque e otto miliardi. Una scelta puramente tecnica, dice. La Lega da parte sua faceva filtrare che l’ultima parola spettava alle Camere. Stessa giornata, tre partiti, tre versioni.

Otto giorni dopo Giancarlo Giorgetti è arrivato alla Camera e la scelta puramente tecnica ha cambiato faccia, perché il ministro dell’Economia ha annunciato l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale: 0,9% del Pil per la difesa e 0,6% per la sicurezza energetica nel triennio 2026-2028, cioè fino a 21,7 miliardi di maggiore spesa militare e 14,4 per l’energia. La Camera ha approvato la risoluzione di maggioranza. Il ministro leghista, mentre il suo governo giurava ancora che i prestiti europei non avrebbero aggiunto un euro alle spese militari, chiedeva a Bruxelles di poter sforare il bilancio per aggiungerne ventuno.

I numeri del resto sono l’unica parte del dossier che non ha avuto bisogno di annunci: l’Osservatorio Mil€x calcola per il 2026 una spesa militare italiana diretta di 33.948 milioni, record storico cresciuto del 45% dal 2017. E c’è un dettaglio che pesa più di un’audizione intera, sempre secondo Mil€x: nel 2025 gli stanziamenti definitivi della Difesa sono saliti dai 31.295 milioni previsti in legge di bilancio a 35.519, il 13,5% in più. Ogni autunno il Parlamento vota una fotografia che il consuntivo smentisce.

La cifra è arrivata stamattina, e non dal Parlamento: al Meeting di Rimini il ministro Tajani dice di averne prenotati 8,9, meno di due terzi di quanto Bruxelles dava per certo ieri. Conviene però guardare l’indirizzo delle comunicazioni prima degli importi: la prenotazione, il piano di investimenti, la clausola di salvaguardia e la rassicurazione di ieri sono arrivate tutte a Bruxelles. In Aula sono arrivate le smentite. È il metodo di un esecutivo che ha imparato a decidere altrove e a raccontarlo qui, e ha un nome: si chiama riarmo, e ha smesso da un pezzo di essere fuorviante.