“Il Servizio sanitario nazionale è un paziente cronico, con patologie multiple: sta male perché negli ultimi 15 anni i governi di tutti i colori non lo hanno curato a sufficienza”. È la diagnosi che il dottor Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ieri ha illustrato alla Camera, durante la presentazione del IX Rapporto sul Ssn.
Secondo il rapporto, il risultato di quei 15 anni è che i cittadini hanno perso “progressivamente” il diritto alla tutela della salute. I dati lo mostrano con chiarezza: aumentano gli italiani che non si curano e cresce la parte di spesa sanitaria che pagano di tasca propria.
Già 5,8 milioni di italiani non si sono curati
Il dato più pesante riguarda le rinunce. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita o un esame. Nel 2023 erano il 7,6%. Circa 4 milioni hanno rinunciato per le liste d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici.
“Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute”, chiarisce Cartabellotta. Chi rinuncia non compare nelle statistiche di spesa, ma i bisogni restano: per Gimbe è un “debito sanitario” che produce “interessi” di salute, economici e sociali.
E chi si cura, lo fa a pagamento
Chi si cura, invece, paga sempre di più di tasca propria. Nel 2025 la spesa sanitaria totale è stata di 190,1 miliardi. Di questi, 140,8 sono spesa pubblica, 42,4 escono direttamente dalle tasche delle famiglie e quasi 7 passano per fondi, assicurazioni e altri soggetti.
La spesa diretta cala dell’1%, ma solo perché una parte si sposta sulle polizze. Le assicurazioni sanitarie volontarie crescono del 12,7%, da 4,69 a 5,29 miliardi. Il rischio, avverte Gimbe, è che fondi e assicurazioni diventino “una corsia preferenziale” per chi può permettersi una copertura.
Rispetto alla media Ocse, le famiglie italiane spendono di tasca propria il 12,3% in più a testa. Tramite fondi e assicurazioni spendono invece il 43,7% in meno. In pratica, meno lo Stato investe, più le famiglie pagano direttamente le cure.
Quei tagli invisibili parlano di miliardi, ma il rapporto col Pil rimane uguale
Poi ci sono i tagli che non si vedono. Dal 2022 al 2026 il Fondo sanitario nazionale è salito da 125,4 a 142,9 miliardi, circa 17,5 miliardi in più. Ma nel 2022 il fondo valeva il 6,27% del Pil, e da allora la quota è rimasta intorno al 6%, salvo il 6,14% del 2026.
Se il rapporto con il Pil fosse rimasto quello del 2022, tra il 2023 e il 2026 il Ssn avrebbe avuto 18,8 miliardi in più. Gimbe li chiama “tagli invisibili”: “Limitarsi a comunicare i miliardi stanziati non basta”. Su un periodo più lungo il quadro peggiora: dal 2010 il fondo è cresciuto di 37,5 miliardi, ma al netto dell’inflazione nel 2026 è tornato ai livelli del 2010.
Anche il confronto internazionale è sfavorevole. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana vale il 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media Ocse. Per abitante sono 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto: 909 in meno della media Ocse e 1.013 in meno di quella europea. È il dato più basso del G7. Cartabellotta stima il divario complessivo in oltre 36 miliardi.
Futuro nero: tra tre anni mancheranno 32,3 miliardi
E le previsioni non indicano un cambio di direzione a breve. Il Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre scorso, prevede che la spesa sanitaria scenda dal 6,4% del Pil nel 2026 al 6,3% nel triennio 2027-2029. Il fondo, inoltre, coprirà sempre meno della spesa prevista: mancheranno 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 nel 2028 e 14 nel 2029, per un totale di 32,3 miliardi. Senza nuovi stanziamenti, spiega Gimbe, le Regioni avranno “due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi”. In entrambi i casi pagheranno i cittadini.