3.333 assegni pieni in tutta Italia: tanto fa la divisione fra i 20 milioni della legge di Bilancio per il 2026 e il tetto di 6mila euro del bonus affitto per i genitori separati, che il vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini sventola come una conquista. Secondo i calcoli di Altroconsumo sui dati Istat usati dal ministero per il riparto, i genitori separati o divorziati sono stati in media 162.966 l’anno fra il 2020 e il 2024. Con un assegno medio di 3mila euro, cioè un affitto da 500 euro al mese, sempre secondo Altroconsumo, i beneficiari arriverebbero a circa 6.700. Tutti gli altri restano a guardare una graduatoria che somiglia parecchio a una lotteria.
Il decreto interministeriale numero 200, firmato il 14 settembre dai ministeri delle Infrastrutture e dell’Economia, è arrivato quasi nove mesi dopo la legge. Per concorrere serve un reddito individuale fino a 35mila euro nell’ultima dichiarazione: l’Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente che pesa redditi e patrimoni dell’intero nucleo familiare, è uscito di scena, e sulla scelta, come ha scritto il Sole 24 Ore, hanno pesato le perplessità di Salvini sull’indicatore. Chi viveva con la famiglia in affitto resta fuori a prescindere, come se il secondo canone pesasse meno a chi una casa non l’ha mai posseduta.
La bilancia sostituita da un righello
I danni li ha messi in fila ieri su lavoce.info Maria Cecilia Guerra, docente di Scienza delle finanze a Modena e Reggio Emilia e oggi deputata (Pd). Un genitore che dichiara 37mila euro con quattro figli a carico resta escluso, quello da 33mila con un figlio solo concorre, e chi dichiara 34mila euro con 50mila euro di attività finanziarie è dentro, mentre chi ne dichiara 35.100 con 5mila resta fuori. Il reddito individuale ignora proprio quello che l’Isee misura. Il conto lo pagano i figli.
Il regolamento sull’Isee, il Dpcm 159 del 2013, ne fa un livello essenziale delle prestazioni perché prima lo stesso cittadino poteva risultare ricco per un ufficio e povero per quello accanto, addirittura nello stesso comune, e secondo Guerra il decreto viola esattamente quel principio. E il reddito dichiarato, qui da noi, è il metro più generoso con chi dichiara poco: come ha scritto ItaliaOggi sulla relazione del ministero dell’Economia, nel 2023 è mancato all’appello il 59,7 per cento dell’Irpef dovuta da autonomi e imprese.
Sempre ai soliti, raramente italiani
Il bonus del resto è la prova generale di una crociata. A inizio settembre Salvini ha annunciato che la Lega proporrà in manovra di ripensare l’Isee, perché a suo dire i bonus finiscono sempre ai soliti e «raramente sono italiani», mentre la ministra del Lavoro Marina Calderone ricordava che tutti gli strumenti di sostegno al reddito si basano su quell’istituto. Il primo esperimento è già firmato.
Solo che cambiare il righello lascia identica la torta. Guerra lo spiega con una semplicità che dovrebbe imbarazzare chi governa: l’indicatore mette in ordine la fila, quante persone vengono servite dipende dai soldi, e con un bonus pari al 50 per cento del canone i genitori più agiati, che pagano affitti più alti, rischiano addirittura di ridurre il numero degli assegni. Ordinano la fila i punteggi del decreto, che secondo la tabella di Altroconsumo danno 2 punti per ogni figlio e 5 a chi vive in un comune sopra i 200mila abitanti. Un figlio vale meno di un indirizzo a Milano.
A maggio Salvini prometteva 15mila genitori aiutati in tre anni. I 3.333 assegni pieni restano quelli, il decreto ha cambiato solo l’ordine di chi resta fuori: in fondo alla fila c’è il genitore che dichiara 37mila euro e mantiene quattro figli, davanti quello da 34mila con 50mila euro in attività finanziarie, e il ministro continua a chiamarlo ceto medio.