Centomila piatti al giorno spariscono da Gaza con l’inverno alle porte. Domenica il Programma alimentare mondiale ha annunciato che le persone assistite scendono da 1,6 a 1,1 milioni e che i pasti caldi delle cucine comunitarie calano da 250mila a 150mila al giorno. Il motivo, ha spiegato alla Bbc il direttore per la Palestina Shaun Hughes, sono i soldi, perché i bisogni restano quelli e l’accesso c’è, e secondo l’Associated Press il direttore ad interim Carl Skau, in visita nella Striscia, ha raccontato di persone che mangiano una volta al giorno, senza verdura fresca né gas per cucinare.
Dal 14 ottobre il Cogat, l’ente militare israeliano che coordina gli ingressi, ha fermato le merci commerciali, quelle che secondo i suoi stessi dati portano frutta e carne, e ne ha dato la colpa ai commercianti e alle tasse di Hamas. Secondo Reuters lo stesso ente calcola che così i camion si dimezzano: circa 300 al giorno. Il capo del sindacato dei trasportatori di Gaza, Nahed Sheheiber, ribalta l’accusa: le restrizioni le ha imposte Israele. Amnesty International, che dal dicembre 2024 definisce genocidio quello che Israele compie a Gaza, elencava fra gli atti le condizioni di vita fatte di fame e malnutrizione.
Anche il mare era un ingresso sbarrato, e ora ha un fascicolo italiano: la Procura di Roma ha iscritto una dozzina di nomi della catena di comando israeliana, tra cui il ministro della Difesa Israel Katz e quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, per gli assalti alle due missioni della Global Sumud Flotilla. E Israele, sempre secondo Reuters, sostiene che le merci commerciali servono a integrare gli aiuti. Il vice portavoce del Cogat Daniel Kantorovich, citato dall’Associated Press, ha detto che l’ente era pronto a far entrare i camion «come al solito».