L'Editoriale

L’immagine distorta delle piazze

L’immagine distorta delle piazze

C’è un’immagine che troppo spesso, negli ultimi tempi, è offerta al pubblico raccontando le piazze italiane e cioè quella del fumo dei fumogeni, delle vetrine infrante, del volto coperto da un passamontagna. Una narrazione semplificata, veloce, comoda, che serve a liquidare con un’etichetta sbrigativa la rabbia e la passione di una generazione. Scambiare la voce forte, vigorosa e profonda delle proteste giovanili con la violenza cieca di pochi delinquenti non è solo un errore di valutazione ma è soprattutto un grave ferimento al cuore della nostra democrazia. I giovani che oggi scendono in piazza non cercano lo scontro sterile. Portano nei cortei il peso di un presente incerto e l’urgenza di domande a cui la politica risponde troppo spesso con il silenzio. Chiedono una terra che non bruci, un lavoro che non sia sfruttamento, un’istruzione degna di questo nome, un mondo in cui la pace non sia soltanto uno slogan vuoto. Quella che sfila per le strade è la parte più viva e vigile della nostra società. È una gioventù che non si rassegna all’apatia, che rifiuta l’indifferenza e che sceglie di metterci la faccia, la voce, le idee. In un’epoca in cui tutto tende alla rassegnazione digitale, vederli riappropriarsi dello spazio pubblico con passione ed entusiasmo dovrebbe essere motivo di orgoglio e di speranza, non di paura. Poi, puntualmente, arriva la cassa di risonanza mediatica.

Bastano poche decine di provocatori, infiltrati o professionisti del disordine, per trasformare un corteo pacifico di diecimila persone in una sequenza da bollettino di guerra. I gesti criminali di una frangia minuscola diventano così il pretesto per criminalizzare l’intera piazza. Questa è una trappola culturale pericolosissima. Separare i delinquenti dagli onesti non significa giustificare. Condannare con fermezza chi devasta, aggredisce o distrugge è dovere di tutti, a partire dagli stessi studenti. Confondere significa censurare. Usare la violenza di pochi per zittire le ragioni dei molti equivale a disarmare la democrazia ed il diritto di riunione e di libera manifestazione del pensiero. Quando la violenza individuale diventa la scusa per soffocare il dissenso collettivo, non si protegge la legalità ma si impoverisce la libertà linfa vitale di una democrazia compiuta. L’articolo 21 della nostra Costituzione non garantisce solo la libertà di parola, ma custodisce la linfa stessa dello Stato democratico. Una democrazia sana non teme chi manifesta e non si spaventa per uno striscione polemico o per uno slogan gridato a gran voce. Una democrazia matura sa distinguere chi esercita un diritto fondamentale da chi commette un reato. Non permettiamo che l’inciviltà di pochi oscuri la luce di una generazione che ha ancora il coraggio di sognare e di battersi per un mondo migliore. Difendere la piazza dei giovani significa difendere il futuro di tutti noi.

Vincenzo Musacchio, Professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (USA).