Renato Schifani deve restare presidente della Regione Sicilia per un motivo che a Palermo ormai nessuno nasconde: il suo partito ha già deciso che non lo sarà più. Forza Italia gli ha negato il bis alle Regionali del 2027 e nello stesso tempo gli chiede di tenersi la poltrona fino a primavera, perché se cade adesso salta il calendario che conviene a Giorgia Meloni.
La crisi è esplosa a inizio ottobre, quando il commissario regionale Nino Minardo, ex Lega nominato da Antonio Tajani ad aprile, ha chiesto ai segretari provinciali “un cambio di passo” e “una proposta politica completamente nuova”. Schifani ha fatto sapere di valutare “le decisioni da assumere” e al telefono, secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, avrebbe detto a Tajani di non farsi rottamare da un commissario arrivato da un altro partito sei mesi prima. Il prezzo per andarsene, raccontano il Fatto e Lettera43, era un posto al Csm o il ritorno al Senato. Il 13 ottobre a Roma è arrivata la pace armata: una nota con “la fiducia e l’apprezzamento per il lavoro svolto” e nemmeno una riga sulla ricandidatura. Lui ha giurato che onorerà il mandato fino all’ultimo giorno. Ci mancherebbe.
Il calendario della premier
Il motivo sta nello Statuto, legge costituzionale: se il presidente si dimette si rieleggono insieme Assemblea e presidente entro tre mesi, cioè d’inverno e da soli. Meloni invece vuole le Regionali in un unico election day a maggio insieme alle Politiche e alle Comunali delle grandi città, secondo le ricostruzioni di Lettera43 e di MeridioNews. Il ragionamento che Lettera43 le attribuisce è da ragioniere: Roma e Milano dovrebbero premiare il campo largo e la Sicilia serve a pareggiare il conto. È la replica del 25 settembre 2022, quando le Regionali abbinate alle Politiche portarono Schifani al 42%. E per maggio tifano sottovoce anche i deputati regionali al primo mandato, che secondo il Fatto Quotidiano maturano la soglia della pensione di quattro anni, sei mesi e un giorno solo tra aprile e maggio.
Una maggioranza contro sé stessa
Il governatore trattenuto per comodità guida una coalizione che all’Ars, l’Assemblea regionale siciliana, si impallina appena il voto diventa segreto: 13 franchi tiratori sulle Province nel 2024, 17 sulla manovra quater nel 2025 e una ventina sul terzo mandato dei sindaci a marzo. Schifani ha proposto di abolirlo, il voto segreto. Poi le inchieste. Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno (FdI) è a processo dal 4 maggio, e la Procura di Palermo ha chiesto l’arresto di Gaetano Armao, consigliere giuridico di Schifani fino alla notizia dell’indagine. Del resto già ad agosto il ministro di FdI Nello Musumeci, suo predecessore a Palazzo d’Orleans, chiamava «una bestemmia» pretendere la ricandidatura dell’uscente.
Per il dopo Forza Italia mette in fila il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e l’eurodeputato Marco Falcone, mentre il campo largo deve ancora decidere se seguire Ismaele La Vardera, candidato di Controcorrente da febbraio. Il guaio più serio però Meloni se l’è portato in casa da sola. Il 12 ottobre Cateno De Luca, secondo nel 2022 con il 23,3%, è entrato con Sud chiama Nord in una componente del Misto alla Camera con due deputati prestati da FdI, compreso proprio il commissario siciliano del partito Luca Sbardella. Alleato della premier per le Politiche, in Regione resta all’opposizione di Schifani e intanto pronostica che il prossimo presidente sarà probabilmente lui. Lega e Forza Italia rispondono di no.
Così il governo della Sicilia è appeso a una data. Schifani serve finché fa coincidere le urne e poi si archivia. Se a Palazzo d’Orleans la pazienza finisce prima di maggio cade anche l’election day di Meloni, che ha affidato il suo piano esattamente all’uomo che la sua coalizione ha già accompagnato alla porta.