Liste d’attesa, la Corte dei conti smonta la promessa Meloni. Intanto 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure

Per la Corte dei conti le liste d’attesa restano perché manca personale sanitario: 1.845 milioni stanziati, 5,8 milioni rinunciano alle cure

Liste d’attesa, la Corte dei conti smonta la promessa Meloni. Intanto 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure

Il governo aveva promesso di battere due nemici e la Corte dei conti, due anni dopo, gli restituisce un nemico solo che si nutre dell’altro. Il 4 giugno 2024, in un video sui social, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni presentava il decreto-legge 73 come la risposta a due emergenze, «le liste d’attesa e la cronica carenza di medici e personale sanitario».

Il testo, convertito dalla legge 107 del 29 luglio 2024, doveva cambiare passo con una piattaforma unica nazionale e con la garanzia di ottenere la prestazione in intramoenia o nel privato accreditato, pagando il solo ticket, quando il pubblico sfora i tempi. Con la deliberazione 54/2026/G del 13 ottobre i magistrati contabili scrivono che le liste resistono anzitutto per la “carenza di personale sanitario”, perché in numerosi territori la capacità del sistema è limitata “non tanto dall’assenza di risorse finanziarie quanto dalla difficoltà di reperire personale”.

I soldi, del resto, c’erano. Fra il 2022 e il 2025 lo Stato ha stanziato 1.845 milioni per abbattere le attese, le Regioni ne hanno vincolati allo scopo 1.647 e ne hanno spesi 1.580, con un utilizzo che per la Corte “non risulti ancora pienamente soddisfacente”. Fra lo stanziato e lo speso ballano 265 milioni. Nel 2023 appena 7 enti su 21 hanno usato tutta la loro quota. E il tetto di spesa sul personale, che il decreto prometteva di superare dal 2025, aspetta ancora la fine dell’iter: tocca proprio alla Corte raccomandare di completarlo.

Liste d’attesa: il conto lo paga chi rinuncia

Intanto la domanda cresce, come era prevedibile in un Paese che invecchia. Nel 2024 pubblico e privato accreditato hanno erogato 783,9 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale, il 4,3% in più dell’anno prima, e il rapporto della Commissione europea citato nella relazione ricorda che il 9,9% della popolazione ha rinunciato a cure necessarie, contro il 6,3% del 2019. Per l’Istat sono 5,8 milioni di persone, e per il 6,8% degli italiani il motivo principale sono le attese, quota più che raddoppiata dal 2,8% del 2019. Chi può paga di tasca sua: nel 2023 la spesa diretta valeva il 23,7% della spesa sanitaria, contro il 14,9% della media europea. Gli altri aspettano, finché smettono.

Ad aprile il ministro della Salute Orazio Schillaci, intervistato da La Stampa, assicurava che «per la prima volta dopo vent’anni di peggioramenti documentati» il trend si era invertito. Invertito, dice. La Corte è più avara di applausi: gran parte delle innovazioni del decreto è “ancora in una fase di implementazione” e “non è ancora possibile valutarne gli effetti concreti sulla riduzione dei tempi di attesa”.

La piattaforma che conta le prenotazioni

Il gioiello del decreto doveva essere la Piattaforma nazionale delle liste di attesa, affidata ad Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Di dati ne raccoglie in quantità industriale, oltre 68 milioni di prenotazioni fra gennaio e aprile 2026. Il resto procede al passo della Conferenza Stato-Regioni. La versione 2.0, con i dati regione per regione, era attesa per dicembre 2025 e il ministero l’ha poi collocata a maggio 2026, mentre l’ultimo progetto regionale di interoperabilità, quello dell’Emilia-Romagna, è stato approvato il 22 giugno. Fra le criticità che la stessa Agenas segnala c’è il divario fra le prescrizioni emesse e le prenotazioni registrate: chi tiene in mano l’impegnativa e lascia perdere esce dai conti prima ancora di entrarci.

Due emergenze, diceva la presidente del Consiglio nel giugno di due anni fa. La Corte le ha rimesse nell’ordine giusto, prima il personale che manca e poi le attese che ne discendono, e in mezzo ha misurato una “significativa distanza tra le finalità perseguite dal legislatore e i risultati concretamente raggiunti”, che pagano per primi i 5,8 milioni di persone che una visita hanno smesso di cercarla.