A Gaza la sanità diventa un atto amministrativo. Israele annuncia lo stop alle operazioni di Medici Senza Frontiere e lo fa invocando una richiesta di elenchi del personale palestinese. MSF risponde parlando di sicurezza violata e di un pretesto per bloccare l’assistenza. Il risultato è concreto: reparti che chiudono, équipe che si fermano, emergenze che restano scoperte. La cura entra nel perimetro del permesso.
Francesca Albanese lo scrive senza ambiguità: creare “condizioni di vita” significa anche smantellare l’infrastruttura medica, fino ai servizi d’emergenza. A Gaza questa formula prende corpo. Ospedali colpiti, ambulanze fermate, ora una ONG medica espulsa con un atto burocratico. La guerra prosegue quando finisce il bombardamento.
Nelle stesse ore, da Madrid arriva una richiesta ufficiale di ritiro del provvedimento: l’attività di MSF viene definita essenziale per salvare vite a Gaza e in Cisgiordania. La risposta internazionale resta confinata alle parole, mentre sul terreno la medicina diventa sospetta per definizione. Chi cura viene trattato come parte del problema.
Poi c’è l’altro gesto, più politico e altrettanto rivelatore. L’ufficio del primo ministro israeliano dichiara che Israele rifiuta l’uso di simboli dell’Autorità Palestinese e che la PA resterà fuori dall’amministrazione di Gaza. Si discute di un logo mentre si decide chi può esistere come interlocutore. Anche qui il controllo passa dai segni: nomi, liste, emblemi.
Oggi, a Roma, il rapporto di Albanese arriva alla Camera e scatena reazioni di rigetto nella maggioranza. Stesso copione, latitudine diversa: delegittimare chi descrive i fatti mentre si restringe lo spazio della vita. A Gaza la sanità viene autorizzata, la politica viene simbolizzata, l’esistenza viene regolata. È una gestione per sottrazione, dove perfino curare diventa una concessione.