A Milano il primo festival sul ciclo mestruale. Parla l’organizzatrice: “Le mestruazioni sono ancora un tabù da sfatare”

festival ciclo mestruale
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Parlare di mestruazioni è ancora un tabù. Agli uomini creano un fastidioso senso di disgusto, tipico di chi non convive con qualcosa e quindi, in realtà, non lo conosce. Le donne spesso se ne vergognano, tanto da chiamarle con altri nomi. Valentina Lucia Fontana con Alessandra Giglio, scrittrice e attrice, e Sonia Castelli piscoterapeuta, ha lanciato prima il podcast Eva in rosso e ora il primo Festival del Ciclo Mestruale, che si terrà a Milano dal 17 al 19 giugno in tre diverse location: il Mare Culturale Urbano, il Nuovo Armenia e il Rob de Matt. “Sarà un’occasione per sfatare questo tabù, anche con ironia”, promette a La Notizia Valentina Fontana (nella foto).

Valentina, come nasce l’idea di questo festival?
“Dopo il percorso che abbiamo fatto con il podcast, che è nato durante il lockdown e che ci sembrava lo strumento giusto per trattare un tema così intimo, ci siamo rese conto che questo argomento ha bisogno anche di uno spazio pubblico, perché parlare di ciclo mestruale ha molte sfaccettature diverse: riguarda la salute, il benessere, il costume, ma anche la politica e l’economia”.

Quanto è ancora un tabù parlare di ciclo mestruale?
“Abbiamo molte riprove di quanto sia ancora un tabù. E soprattutto è un tabù molto interiorizzato dalle persone che mestruano. Lo conferma il fatto che gli assorbenti non siano ancora riconosciuti dallo Stato come beni di prima necessità e solo da qualche mese si sia passati dal 22% al 10% di iva. Ci sono diverse patologie connesse alle mestruazioni che non vengono riconosciute come tali e per questo hanno un ritardo diagnostico molto importante. Ad esempio l’endometriosi può colpire tutte le persone che mestruano e ha una diagnosi media di 7 anni. Ma più banalmente anche il passare l’assorbente all’amica di nascosto, senza farsi vedere dagli altri, o il sostituire il termine mestruazioni con “le mie cose” sono evidenze di quanto il ciclo sia ancora oggi un tabù”.

Il vostro festival ha suscitato molto clamore, secondo te anche questo è un esempio di come il tema sia ancora affrontato con scalpore?
“Quando ho scoperto che ci avevano citati perfino Luca e Paolo nella copertina di DiMartedì sapevo che era molto rischioso, perché avrebbe potuto suscitare una reazione abbastanza negativa. Quando ho visto la registrazione ho avuto la conferma che per abbattere il tabù e iniziare un percorso di consapevolezza su questo tema è fondamentale coinvolgere l’altra parte di mondo, quello che non mestrua. E poi farlo in modo ironico, perché non pensiamo che affrontare il tema anche in modo divertente possa sminuirlo. Al contrario, siamo convinte che possa aiutare a rompere il silenzio e quindi aiutarci a portare avanti una battaglia che è di comunicazione”.

Appoggi la proposta di legge sulla vulvodinia e neuropatia del pudendo?
“Finalmente c’è un moto di riappropriazione del corpo. Anche il tabù sul ciclo mestruale deriva, in realtà, da un tabù più importante sul corpo di ciascuna di noi. Dobbiamo invece riappropiarci del nostro apparato genitale e quindi scoprire e far scoprire al mondo le patologie legate al pavimento pelvico, alla vagina, alla vulva, all’utero e alla ovaie. Al momento, invece, c’è una significativa disparità, anche a livello di studi e di medicina, fra il corpo dell’uomo e quello della donna. Per questo sono contenta che finalmente abbiamo imboccato una strada che deve potarci a una totale riapproprizione del nostro corpo”.